COS’È?
È un’infiammazione cronica e progressiva del fegato.
PERCHÉ CI SI AMMALA?
La causa è sconosciuta e si associa ad un’anomalia del sistema immunitario (spesso è conseguente alla produzione di anticorpi “anomali”, detti autoanticorpi, che possono essere rilevati da esami del sangue).
CHI SI AMMALA?
Colpisce più frequentemente le donne. Può comparire a qualsiasi età anche se è molto più comune negli adolescenti o nei giovani adulti.
COME SI RICONOSCE?
I sintomi più comuni sono:
- stanchezza;
- fastidio addominale;
- dolori articolari;
- prurito;
- ittero;
- ingrandimento del fegato;
- angiomi cutanei.
Con l’avanzare della malattia possono manifestarsi cirrosi e complicazioni più gravi, quali ascite (accumulo di liquido nell’addome) o encefalopatia (particolare tipo di confusione mentale).
Inoltre alcuni pazienti presentano altre malattie autoimmuni quali:
- tiroiditi;
- colite ulcerosa;
- diabete mellito;
- vitiligine (perdita di pigmentazione cutanea a chiazze);
- sindrome di Sjogren (malattia che provoca la perdita di lacrimazione e salivazione).
È importante eseguire una biopsia epatica per confermare la diagnosi e per valutare la prognosi.
Nella maggior parte dei casi (60%) gli esami di laboratorio rilevano la presenza di anticorpi antinucleo (ANA) o antimuscolo liscio (ASMA).
Più dell’80% dei pazienti ha elevati valori di gammaglobuline nel sangue.
COME SI CURA?
L’obiettivo della terapia è di guarire o controllare nel tempo la malattia: in circa due terzi dei pazienti, si riesce a ottenere una normalizzazione degli esami di laboratorio. In realtà alcuni studi hanno dimostrato che questa malattia è più spesso controllabile che guaribile; pertanto si adotta generalmente una terapia di mantenimento a lungo termine (anni).
La cura si basa sulla somministrazione d’agenti immunosoppressivi (es. cortisone); tale approccio migliora i sintomi, gli esami di laboratorio e prolunga la sopravvivenza della maggior parte dei pazienti. Spesso sono sufficienti basse dosi di cortisone per mantenere nel tempo la risposta ai farmaci; una volta ottenuta la prima risposta positiva si riduce gradualmente il dosaggio.
Non tutti i pazienti con epatite autoimmune rispondono al trattamento immunosoppressivo: circa il 15-20% delle persone con malattia grave, soprattutto quelli che mostrano una cirrosi avanzata nella biopsia iniziale, continuano a peggiorare nonostante una terapia adeguata. In tal caso può rendersi necessario il trapianto di fegato.
In caso d’epatite autoimmune è importante intervenire con le cure, perché il mancato trattamento può anche condurre al decesso in circa dieci anni di tempo.







