Grazie a questa tecnica, si possono identificare noduli non diagnosticati dagli altri esami radiologici (ecografia, TAC, risonanza magnetica) ed è possibile arrestare o rallentare la crescita del tumore.
APPLICAZIONI E PROCEDURA
La chemioembolizzazione epatica è una cura per pazienti affetti da epatocarcinoma, con noduli singoli o multipli, di dimensioni non superiori a 5-6 cm di diametro. In pazienti con cirrosi epatica è fondamentale verificare che la funzionalità del fegato sia adeguata a tollerare il trattamento.
Per meglio stabilire l’entità della malattia e contemporaneamente rallentarne l’evoluzione, la chemioembolizzazione viene generalmente utilizzata:
- in persone che non possono sottoporsi a resezione epatica;
- come procedura preliminare alla resezione epatica;
- come procedura preliminare al trapianto di fegato.
Si esegue nella sala dedicata alla radiologia interventistica.
Con un’angiografia si valuta prima la presenza d’eventuali aree con maggior vascolarizzazione, che indicano appunto la presenza di noduli tumorali.
Successivamente viene punta l’arteria femorale a livello dell'inguine, attraverso il quale s’inserisce un catetere fino a raggiungere l’arteria epatica.
La procedura si effettua in anestesia locale e dura circa un’ora.
All’interno dell’arteria che vascolarizza la regione del fegato maggiormente interessata dal tumore si inietta una soluzione con mezzo di contrasto liposolubile (lipiodol), un farmaco chemioterapico e una sostanza che provoca l’occlusione dell’arteria, in modo da ridurre il flusso sanguigno al tumore. Il mezzo di contrasto si rivelerà molto utile anche dopo l’intervento: grazie al suo accumulo a livello dell’epatocarcinoma si potranno identificare eventuali noduli non diagnosticati in precedenza.
Al termine dell’intervento il paziente rimane sdraiato per alcune ore, per evitare il movimento dell’arto inferiore che potrebbe facilitare il sanguinamento nella sede della puntura arteriosa.
POSSIBILI EFFETTI COLLATERALI E MONITORAGGIO
Nei giorni successivi può verificarsi la comparsa di dolore a livello dell’addome superiore, anche se generalmente di lieve entità e breve durata.
È anche piuttosto frequente la comparsa di febbre, che può durare per diversi giorni, per effetto della necrosi a livello dei noduli trattati.
La degenza successiva all’operazione varia da due a tre giorni, durante i quali si controlla la funzionalità epatica.
A distanza di 1-2 mesi dalla dimissione si effettuerà una TAC con mezzo di contrasto dell’addome per valutare l’effetto del trattamento eseguito e identificare eventuali ulteriori noduli grazie all’accumulo del mezzo di contrasto nelle aree tumorali.
In caso di ulteriori noduli, si definiscono gli interventi successivi: generalmente sono necessarie 2-3 sedute di chemioembolizzazione per trattare completamente i noduli di epatocarcinoma.







