Il prete-medico - IL GIORNALE DI VICENZA (17.10.2004)

A colloquio con il fondatore del grande ospedale San Raffaele di Milano. La vita contrastata e le opere osteggiate e realizzate raccontate in un libro.

di Giulio Antonacci

Milano. Lo immaginavo così come in effetti è: il volto bianco ed delicato, guance larghe, occhi attenti, c1erjman tirato a lucido con cravatta annodata senza sbavature su una camicia candida. Luigi Verzè, sacerdote (“il sacerdote" è Lui, Cristo, mi dice) e medico honoris causa, ha tutte le caratteristiche del "fondatore". Ottantaquattro anni. Per almeno cinquanta è stato amato e odiato, compreso e osteggiato, onorato e sbeffeggiato, rispettato e temuto. Controverso e discusso. 
Il grande ospedale San Raffaele di Milano, con l'annessa università, l'ha voluto e creato lui. In questi giorni don Verzè racconta la sua vita di prete, medico e manager in un libro pubblicato da Mondadori, "Pelle per pelle", scritto con Giorgio Gandola .
L'Ospedale. Un megalite di marmo rosso di Verona troneggia all'ingresso dell'Ospedale: raffigura la scena dell'angelo Raffaele che indica a Tobia come curare il padre che sta diventando cieco. E’ opera del maestro Manfrini. Davanti al Dipartimento di Biotecnologie (Dibit) c'è la rappresentazione di un Sigillo alta dieci metri: è lo Jesus Deus Patient, "il Cristo che patisce, l'icona del “medico-sacerdote", mi spiegherà più tardi il sacerdote-medico che sono venuto ad intervistare.
Nervosa e imponente, sul  piazzale si staglia anche una scultura di Salvatore Fiume: è Tobia con il pesce, nelle viscere del quale caverà la medicina che salverà il padre. Il logo dell'università e l'uomo leonardesco con la citazione del salmo 8: "Quid est homo?"  (Cosa è l'uomo?)
Infine, sul viale d'ingresso  dell'ospedale c'è un'enorme campana: si chiama Laetitia,fu benedetta dal Papa ed era il simbolo del San Raffaele di  Roma ed il simbolo, pure, della più grande sconfitta del "manager di Dio". Ma questa storia la racconteremo più avanti. 
Don Luigi Verzè è puntuale. Undici e trenta s'era detto. Undici e trenta è stato. Ufficio ordinato, predominano i colori verde e rosa, due telefoni, tre poltroncine dove fa accomodare gli ospiti che arrivano da ogni parte del mondo. Alle spalle della scrivania campeggia un Angelo Raffaele con Tobia di scuola Rubens, alla sinistra sorride una Madonnina del Giubileo di Salvatore Fiume, morto proprio al San Raffaele, una parete è dominata da un Cristo ligneo alto due metri di scuola umbra del Seicento.
La sua vita la conosco. Ho letto (quasi) tutto quel che è stato scritto su di lui. Lo incalzo dandogli del "tu". Non si scompone. Gli chiedo la sua "filosofia" il senso di una scelta così coraggiosa e allo stesso tempo sofferta e osteggiata. Per anni ha avuto a che fare con politici, banchieri, imprenditori, uomini dello spettacolo ("ieri Renato Pozzetto mi ha portato i saluti di Umberto Bossi, Al Bano mi chiama più volte al giorno da ogni posto dov'è", mi dirà alla fine). Ma che cosa stai cercando di farci capire, gli chiedo impostando il nostro colloquio-confessione in famigliare.
Il medico-sacerdote. "In questo ospedale -è la sintesi di due ore di colloquio- ho voluto collegare ,la sofferenza e la carità, una carità che si fa scienza, ricerca, creatività, organizzazione per aiutare il malato, ogni malato, a valorizzare il tempo della sofferenza nella luce del mistero di Cristo, in grande Paziente". 
Già, Cristo. La figura di Cristo, per il "prete manager" è il modello autentico del medico. Nell'Opera Monte Tabor, spiega si pongono le condizioni per l'esercizio di una medicina non riduttiva, solidamente radicata nella ricerca biologica ma, al tempo stesso, fortemente orientata a condurre fino in fondo l'aspirazione totalizzante dell'atteggia- mento di cura per gli altri uomini. L'essere medico-sacerdote acquista la sua valenza dal fatto che la prassi medica si definisce come risposta competente alla chiamata di Cristo. "Considero la medicina come un'arte sacra e il medico come di suo sacerdote richiede in quest'ottica una comprensione particolare delle nozioni di salute e di malattia". 
Don Verzè insiste su questa "filosofia" del medico-sacerdote. Che non è solo il medico che guarisce la malattia: è un medico-uomo integrale, integralmente preparato in scienze cliniche e scienze umane. Al di là della prerogativa di sacerdozio ministeriale secondo i canoni ecclesiastici, esiste un altro sacerdozio: la medicina professata in nome di una radicale volontà di cura per l'uomo, che ripete, la cura di Dio per l'uomo stesso, per cui la vera medicina, quella che guarisce le malattie, anche se l’uomo ne è inconscio, non può essere che di Dio. Ecco Refa-el- Dio guarisce. "Sacerdoti- conclude –sono tutti coloro che contribuiscono al guarire: medici, infermieri, ma in generale tutti coloro che operano avendo al centro il malato". 
La vita. Luigi Maria Verzè, Rettore Magnifico dell'Università Vita-Salute San Raffaele, nasce ad Illasi, in provincia di Verona, il 14 marzo 1920 (“Ho la stessa età di Giovanni Paolo secondo", ricorda sorridendo). Dopo il diploma di maturità classica e la laurea in Lettere e Filosofia conseguita nel 1947, viene ordinato sacerdore un anno dopo. In questo anno fonda un centro di addestramento professionale per ragazzi, seguendo l'ispirazione e il metodo del suo maestro , don Giovanni Calabria, un anno fa proclamato santo.
Trasferitosi a Milano all'inizio degli anni Cinquanta, dà vita ad analoghe iniziative in favore della gioventù più disagiata. Ma la sua aspirazione fondamenta, il suo grande obiettivo, era già quello di costruire un nuovo e grande ospedale "di cui parlerà l'intera Europa", come gli aveva anticipato proprio il profeta don Calabria.
Allo scopo di preparare personale adeguato per il futuro ospedale nel 1958 costituisce l'Associazione centro assistenza ospedaliera S. Romanello (ora Associazione Monte Tabor). Nel 1969 nasce la  Fondazione San Raffaele del Monte Tabor. Da qui nascono tutte le altre grandi iniziative che riportiamo in altra parte della pagina.
L'ospedale romano e Rosy Bindi. Don Calabria e il cardinale Schuster sono stati gli "angeli custodi" del pretinoche voleva fare cose grandi. Di amicidon Verzè ne ha avuti tanti in Italia e all'estero, da Berlusconi e Craxi fino a Cacciari, oggi preside della facoltà di Filosofia, dal Card. Martini al sindaco di - Gerusalemme; con i papi il suo rapporto lè stato spesso di sofferenza (la Curia lo - ha apertamente osteggiato da giovane e da affermato manager). Non ha mai guardato il colore politico dei suoi interlocutori, a lui ha interessato sempre e solo trovare i soldi per la sua opera. Di nemici non ne sono mancati. Da una in particolare ha subito una grande umiliazione, Rosy Bindi, che proprio in questi giorni ha querelato don Verzè per l'incredibile storia raccontata in "Pelle per pelle" sulla vendita del San Raffaele di Mostacciano (Roma).
A ospedale finito, ambulatori aperti, 150 dipendenti pronti ad affrontare la grande avventura romana, c'è qualcosa che blocca la partenza, anche se il grande oospedale "Umberto l'' scoppia. Cosa succede? Succede che la ministra della sanità - è il racconto di Pelle per pelle - convoca don Verzè, gli intima di andar via da Roma e di vendergli il San Raffaele. "Don Verzè, vendi", e il consiglio di tutti. Nessuno vuole mettersi contro la Bindi. La perizia dello Stato valuta l'ospedale 201 miliardi (ne erano stati spesi 350 per realizzarlo),il consigliere delegato del San Raffaele firma un preaccordo per quella cifra; don Luigi riesce però a venderlo per 69 miliardi in più all'imprenditore Antonio Angelucci che, a sua volta, lo rivende allo Stato per 320.
Don Verzè: "Come mai per il ministero un ospedale vale 201 miliardi se a venderlo è don Verzè e ne vale 320, solo sei mesi dopo, quando a venderlo è la famiglia Angelucci?" .