La Milano di don Verzé e Prada: «Idee, non solo soldi»
Corriere della Sera
Gian Guido Vecchi

Dialogo tra il sacerdote del San Raffaele e la stilista: «La sfida? Ripartire dalla cultura e uscire dai nostri campetti»

Tutto è nato due anni fa, quando il fondatore dell'ospedale ha annunciato l'intenzione di aprire una facoltà di folosofia. «Lavoriamo per lasciare un mondo migliore di come l'abbiamo trovato»


Dalla prima pagina:
Il sacerdote e la stilista, il simbolo della sanità milanese e uno dei grandi nomi della moda meneghina. Don Luigi Verzé e Miuccia Prada riflettono insieme sul futuro di Milano e dicono: ci vogliono le idee, prima di ogni cosa viene la cultura, bisogna fare bene le cose e lavorare insieme, mettere insieme le menti e non limitarsi a ciò che serve a «fare soldi e immagine». Allora, forse, «Milano crescerà» (Continua a pagina 16).


MILANO - «Chi ha voglia di pensare desidera andare oltre ogni consuetudine, tirarsi fuori da una vita mediocre», riflette lui, «forse suona un po' pretenzioso ma io sono partito da qui, non intendo lasciare il mondo come l'ho trovato, voglio lasciarlo migliore, e se non riesco a fare questo sono nato invano, dico sul serio, meglio non fossi mai nato».
«...Io stessa dico sempre ai miei figli che devono provare a lasciare un segno, nella vita. A volte la gente non capisce il gusto di fare le cose e cercare di farle sempre meglio, anche nel proprio lavoro. Non ci credono, pensano sempre ci sia qualcosa dietro», sorride lei, «l'ho sperimentato con la nostra Fondazione, qualunque cosa vada al di là del guadagno tende a non essere compresa dalla città economica, finanziaria: devi sempre far finta che sia in qualche modo "utile", che serva a far soldi o immagine e allora sì, allora va bene».
Miuccia Prada e don Luigi Verzé dialogano nell'ufficio di presidenza del San Raffaele, si potrebbe pensare a due mondi divisi da una distanza siderale ma a volte è difficile distinguere i discorsi della stilista da quelli del sacerdote. Dicono che Milano e la Lombardia siano custodi di un'etica del lavoro quasi calvinista, ma nell'incontro tra queste due eccellenze ambrosiane c'è qualcosa di più, di diverso, qualcosa che somiglia a un fondamento. Cominciò a una cena della Fondazione Aretè, un paio d'anni fa, l'ambiente non era esattamente un cenacolo progressista e il fondatore del San Raffaele lasciò basiti tutti quanti annunciando che voleva affiancare a medicina e psicologia una facoltà di filosofia e che per farlo avrebbe chiamato, sorpresa, nientemeno che Massimo Cacciari. «Ricordo che Leonardo Mondadori si voltò tranquillo verso di me e disse: mi piacerebbe fare qualcosa per questa università», racconta la signora Prada. «Io ero andata lì per caso, anche se ho imparato che nella vita le cose non accadono mai per caso... Perché era esattamente quello che cercavo: mettere insieme le menti». Cattolici e laici, sinistra e destra, da Giovanni Reale a Emanuele Severino, Edoardo Boncinelli o Enzo Bianchi, la facoltà ha radunato persone assai diverse che hanno in comune, essenzialmente, l'esigenza di pensare. L'idea di sostenere la cattedra di Estetica - anche economicamente: la Fondazione Prada darà 100 mila euro all'anno per tre anni - è nata da lì.
Privati e università, come accadeva nel Settecento, una griffe e un ospedale-centro di ricerca noti in tutto il mondo. Ma per Milano, considera la signora Prada, non si tratta semplicemente di unire le eccellenze, «e quali, poi?, non trovo sia cambiato granché, chi faceva bene le cose prima le fa bene anche adesso, tutto qui: facciamo le cose, piuttosto, facciamole bene, uniamo le forze e allora, forse, Milano crescerà». Il problema è un altro, questione di apertura mentale, «se ognuno resta chiuso nel suo campetto non funziona, possiamo pure collegarli ma alla fine non si otterrebbe altro che una rete di campetti. Nella moda, per dire, stanno andando tutti a Parigi perché là passa il mondo, circolano le idee: Milano ha bisogno di aprirsi al mondo sennò perderà pure quella». Don Verzé, lo sguardo determinato, indica il crocifisso ligneo del Trecento che domina il suo studio, «Gesù ha detto: andate, insegnate, guarite. Prima viene la cultura. Perché ti guarisco? Voler bene non basta, quella è filantropia. Io ti guarisco perché sei importante, perché un momento della tua vita vale tanto quanto Dio. Così ti guarisco, non ti medico...». L'essenziale è questo, «quando ho iniziato a costruire il San Raffaele l'ho fatto per dare una risposta alle mie esigenze di ordine metafisico. Io ho bisogno di vedere sempre al di là, è lo stesso principio dell'arte: sono gli artisti, i veri ricercatori, perché l'arte è ricerca delle ragioni, del perché e non del come. Ecco la necessità della filosofia: la scienza che ti induce a pensare alle ragioni. Sa, io non sono mai contento del livello della mia ricerca, tante volte, lo confesso, mi acquieto dicendo: Signore, sono uno straccio nelle tue mani, ciò che San Paolo chiamava skúbala, una nullità assoluta, come la sciacquatura dei piatti».
Tutto questo può sembrare poco concreto, astratto, «ma una cosa che caratterizza gli stupidi di tutto il mondo è ritenere la filosofia astratta», diceva Cacciari. Don Verzé ride, «che cosa scriverà nel suo articolo? Eppure è così: anche le banche mi chiedono laureati in filosofia, con Cacciari si sta pensando di creare studi di filosofia dell'economia, del resto io stesso ho bisogno di gestori dell'ospedale che abbiano delle basi filosofiche, altrimenti la gestione ospedaliera diventa solo una macchina per produrre soldi». E Miuccia Prada: «Il pensiero fa bene in assoluto, credo sia l'unica cosa che oggi serva davvero. Fin da quando ho creato la Fondazione, mi sembrava che in qualche modo l'arte non bastasse, come si fosse un po' orfani di riflessione e di pensiero. Avvertivo l'esigenza anche personale di un quadro di riferimento, di una ricerca, un'urgenza concreta, quotidiana, perché è tutto così complesso che su qualsiasi argomento occorre fermarsi e pensare».
Ricerca, insoddisfazione, voglia di andare al di là. «Prada» non ha bisogno di presentazioni, nel mondo. «Ma io non mi vivo così. Come stilista sono famosa, lo so, e so di essere brava, non è questione di modestia. Però non mi vivo così, ecco». Rare interviste, apparizioni col contagocce, Miuccia Prada è riservatissima, anche adesso non nasconde un certo disagio, ha l'aria fragile, «io ho il terrore di questa cosa, quasi fosse mettermi in mostra, non voglio si pensi che voglio farmi bella per il mio lavoro». Stavolta ha fatto un'eccezione, guarda il sacerdote e alza le spalle, «visto che mi copiano le borsette, speriamo copino anche questo, che appoggino o realizzino altre iniziative culturali». Quando parla di don Verzé, Miuccia Prada sorride, «chi dice che è un prete-manager non conosce i manager: lui è un visionario, un mistico». Lui stesso ammette: «"prete-manager" mi dà un po' fastidio, io non sono un manager, sono un logico!». Una volta, racconta, don Giovanni Calabria gli ordinò di tirar su una pagliuzza da terra, «se lo hai fatto con amore, mi spiegò, hai fatto la cosa più bella del mondo... Vedesse i nostri giovani ricercatori, la gioia che hanno negli occhi!». Una pausa di silenzio, poi dice: «Sono un uomo che non crede, davvero. Io non credo: io vedo. E vedo perché amo. Non tollero la sofferenza altrui, capisce?». In fondo pensa di sì, «ora la gente cerca di capire, ne sono convinto. L'uomo non può essere realmente uomo da solo, perché ha bisogno di riconoscere se stesso negli altri: è un processo di risalita che non ha mai termine, se non quando incontriamo l'Altro».