Don Verzé: da Berlusconi mai una lira. Ma è un artista e in futuro lo capirete
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DON VERZE’ «Sì, Silvio è un dono. Lo vedrete» di Aldo Cazzullo
«Silvio? Un artista e un dono di Dio». Don Verzé, fondatore dell’ospedale San Raffaele, parla del suo rapporto con Berlusconi: «Da lui mai una lira».
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«Quando si confronterà l’era di Silvio con Dc e fascismo si vedrà che è un dono di Dio»
«Castro? Un grande amico, però è un crapòn: sempre con la storia della rivoluzione»
MILANO - «Lo vidi per la prima volta nel 1964. In clinica. Silvio Berlusconi era un giovane imprenditore di 28 anni. Malato. Gli dissi: lei guarirà, e farà grandi cose. È un dono che ho sempre avuto. Ma lo dissimulo, e non ne parlo, perché non voglio passare per un profeta, perché non lo sono.
Profeta, no. Fondatore. La tempra di un don Cottolengo, il passo di un don Bosco. Il padre possidente lo diseredò quando seppe che sarebbe diventato sacerdote. La madre lo baciò una sola volta in vita sua, il giorno della prima comunione. Don Luigi Verzé, sacerdote e capocantiere, «il presidente» come lo chiamano qui, a 84 anni posa prime pietre e costruisce plastici. Accanto all'ospedale San Raffaele e al Dibit, il più grande istituto di ricerca italiano - 300 scienziati - sta costruendo un centro due volte più grande. Nell'atrio c'è già in miniatura il campus di una nuova università, ancora da progettare. Ha 380 milioni di euro di debiti («non sono miei, ma delle banche»). Le sue antenne nel mondo - il San Raffaele è in India, Brasile, Tibet, Polonia, Algeria, Malta, Cuba, Medio Oriente - gli hanno parlato di un'invenzione prodigiosa che individua tumori anche minuscoli e li distrugge in massimo 5 sedute. «La voglio!». Così la macchina per la tomoterapia, la terza al mondo e la prima in Europa, è arrivata nei giorni scorsi a Milano, e da fine ottobre funzionerà. Altri 8 milioni e mezzo di euro. Elio Catania dell'Ibm gli racconta del supercomputer Blu Gene, ignoto in Italia, l'unico che compiendo 10 alla trentaseiesima operazione al secondo può svelare i segreti delle proteine. «Lo voglio!». Altri 15 milioni di euro.
La convivenza con ricercatori che tanto preoccupano le gerarchie ecclesiastiche non gli crea problemi. «Non credo che il nostro compito sia vincolare il loro lavoro. Dobbiamo invece stare vicino ai ricercatori, condividere la loro fatica, voler loro bene senza giudicarli o pretendere di esercitare un magistero astratto e fatto solo di regole». È la sua filosofia; scienza che qui ha molto spazio. Il San Raffaele, «tempio della sofferenza» come da iscrizione all'ingresso, è luogo di allegorie e di simboli. Vi sono effigiati Tobia, Giobbe - «Pelle per pelle» è il titolo dell'autobiografia che Mondadori pubblicherà a settembre -, il CrIsto, le donne della Bibbia, Esculapio. «Jesus Deus patiens», Gesù è Dio che soffre, dice nel cortile l'iscrizione a forma di croce sormontata dal serpente redento, simbolo della medicina. Qui venne un giorno Massimo Cacciari, a presentare un altro libro di don Luigi - «Quid est homo?», cos'è l'uomo -, si sedette sul divano di fronte al crocefisso russo del Seicento a parlare di eternità, e divenne suo amico. Ora è preside della facoltà di Filosofia dell'università di cui don Verzé è rettore. Il prete fondatore ha creato anche una personale teologia. «Decenni di frequentazioni della morte mi hanno convinto che l'uomo non può stare senza nessuna delle tre parti che lo compongono, corpo, psiche e spirito. Per cui, al momento della morte, Dio ricrea il nostro corpo immediatamente, senza attendere la fine dei tempi». E dove sono i nuovi corpi del morti? «Questo non lo so». Sa invece che, com’è scritto nella Bibbia, Dio non ha creato la morte. «Ricerca. medicina, filosofia ci porteranno a vincere la morte, a trasformarla da trauma a fatto evolutivo. Sento che il Signore verrà a prendermi, e io lo vedrò, già sollevato da terra, sospeso tra la vita futura e la vita terrena».
Nell'attesa, don Luigi gli parla, come don Camillo. Grazia e peccato non sono mai disgiunti, il bene attira il male, che a lui, racconta, è apparso nelle vesti di Francesco Saverio Borrelli (cui inviò una lettera non benaugurante) e di Rosy Bindi. «Però non li odio. Non li considero nemici». Anche se la procura gli ha fatto demolire l'accettazione dell'ospedale e arrestato cinque medici, «che forse avevano interpretato male le leggi appena uscite o forse no. Ma non volevano certamente truffare nessuno. lo sui miei medici metto la mano sul fuoco». Anche se la Bindi l'ha costretto a vendere il San Raffaele di Roma, «per poche lire», argomento di fitte conversazioni con l'Altissimo. «Gli dico: Dio, tu mi hai tentato come hai fatto con Abramo, chiedendogli di sacrificare il tuo figlio prediletto. Ma tu a me non hai mandato l'angelo a fermarmi il braccio, a me hai mandato la Bindi, che è stata solo il magatello di ben altri poteri, di Roma ladrona - perché con me Roma è stata così - anche se solo Bossi ha il coraggio di dirlo…». E qui don Verzé ha il sorriso enigmatico che doveva avere don Bosco quando scriveva i suoi terribili ammonimenti a Vittorio Emanuele II, perché non firmasse le leggi di confisca dei beni ecclesiastici.
Come i grandi sacerdoti e i grandi medici, don Luigi frequenta la sofferenza e il potere. Fin da quando ammoniva l'arcivescovo Montini: «E’ uno scandalo che gli ospedali dei religiosi trattino bene solo chi può pagare!». «È un peccato che la Chiesa dovrà scontare» rispose il futuro Paolo VI, e appena dietro la porta don Verzé annotò la frase nei suoi diari, come ogni altra cosa mirabile udita e vista negli ultimi settant'anni. «Montini mi stimava, ma era severo. Con una mano mi stringeva, e con l'altra mi sculacciava. Devo confessare che speravo non diventasse Papa». Fu Montini a non volere il suo grande disegno, un nuovo ospedale per Milano: «Torni a fare il buon prete!». E lui: «Se non faccio l'ospedale, non sarò mal un buon prete». Lo fece, nel '69. Poi arrivò un vicino di casa: Berlusconi. «Stava costruendo Milano 2. Venne da me a propormi un'alleanza. Entrambi avevamo acquistato i terreni dal conte Bonzi. Ma quando andai dal nobiluomo per comprare un altro lotto che mi aveva promesso, mi rispose di no: Berlusconi mi aveva preceduto con rassegno in mano; il conte era molto simpatico ma molto bisognoso di denaro, e non aveva resistito. Allora ne parlai con Berlusconi, che indicando il fosso che divide Milano 2 da Segrate propose un accordo: tu costruirai da qui verso Nord, io da qui verso Sud. Ma verso Nord era tutto terreno agricolo, non edificabile! Poi però, da quel gran signore che è, concedette al San Raffaele di allacciasi alla fognatura di Milano 2».
Insomma il Cavaliere ha fregato anche lui, «oltre a non danni mai una lira». Il San Raffaele lo ha ricompensato curandolo in più occasioni. «Ho cercato di portare qui anche Craxi, ma Bettino fu irremovibile. Anche perché in Italia vi furono resistenze. Il Papa ne fu addolorato. Gli voleva molto bene». Una buona parola don Verzé l'ha messa pure per Castro. «Fidel è un grande amico. Ed è molto cambiato. Solo che è un crapòn: sempre con questa storia della rivoluzione. Sono stato a trovarlo, lui ha mutato atteggiamento verso la Chiesa; abbiamo preparato la sua visita a Roma, poi il viaggio del Papa a Cuba. Quando Castro è entrato in Vaticano mi ha chiesto di accompagnarlo, ma io ho rifiutato, perché mi piace fare le cose, non comparire, gli ho solo detto: comportati come un bambino con il suo papà. All'uscita mi ha risposto: ho fatto come mi hai detto tu, e mi sono trovato benissimo». Il carteggio con Bush non ha sortito altrettanto effetto, «ma neppure Berlusconi, che era contrario, è riuscito a convincerlo a non fare la
Guerra». «Splendido» invece il rapporto con Gheddafi: «Con lui era quasi fatta, c'era l'accordo per una gran bella cosa; poi gli fecero un attentato, mai reso noto, e interruppero la storia».
Il fondatore non lascia eredi, ma sei «ragazze» che vivono con lui nella cascina accanto all'ospedale, dopo averne condiviso le imprese e le vicissitudini. Con Umberto Veronesi, assicura, sono amici, gestiscono insieme l'ospedale di Cefalù sottratto alla chiusura; ma forse una punta di sana rivalità divide il medico illuminista dal prete medico. Accanto al cantiere del nuovo centro di ricerca sta sorgendo uno zoo, costruito sul modello di Disneyland, con i cavalli - quello di don Verzé ha il nome non esattamente francescano di Imperator -, i canguri, le scimmie, gli uccelli esotici: «Perché chi soffre ha diritto alla bellezza, e anche al lusso». All'inizio nei reparti voleva solo lenzuola di lino e posate d'argento: le rubarono tutte. Per il Papa nutre profonda ammirazione, «è straordinario oggi il valore della sua sofferenza, è come se fosse messa, muta e solenne, sul palcoscenico»; però pensa anche che «il prossimo sarà diverso. Diverso, non in contraddizione». Cose nuove si annunciano. «L'uomo vale quanto Dio. Perché, come dice Dante, può indiarsi: essere come Lui». E la «teoantropologia», termine da lui coniato per indicare la coabitazione con la divinità. La politica secondo don Luigi non può stare senza la teologia e la filosofia, San Giovanni e Platone, «senza il logos, il pensiero concreto; altrimenti si è solo manovali della politica». E Berlusconi? «In questo senso lui non è un politico. È un artista. È istinto; istinto buono, naturalmente. Berlusconi è un dono di Dio all'Italia. Ora i tempi non sono maturi; ma più avanti, quando potrete confrontare la sua era con quella del fascismo e quella della Dc, lo vedrete, quanto ha fatto quell'uomo per voi. Spero che allora si potrà capire di più anche il valore del San Raffaele, che non è un'opera di Don Verzé ma un'evidenza del cristianesimo vissuto non a parole. Solo allora potrò dire che la mia vita non sarà stata vana, che sono stato un buon prete».
Aldo Cazzullo