(ANSA) - MILANO, 13 OTT - No all'eutanasia nel senso di far morire il paziente, sì a che i medici, una volta che hanno tentato 'proprio tutto' e sono rimasti al prolungamento artificiale della vita, si arrendano e lascino che la vita stessa faccia il suo corso. E' questa, in sintesi, la posizione che don Luigi Maria Verzé, presidente dell'Istituto San Raffaele, ha spiegato all'Ansa, dopo il clamore suscitato dalla sua intervista al Corriere della Sera, dal titolo 'staccai la spina per far morire un amico'.
- Don Verzé nell'intervista di oggi lei pare aprire all'eutanasia, quantomeno a quella passiva.
"Vorrei essere chiaro: sono - risponde il fondatore del San Raffaele - contro l'eutanasia ovvero il 'fare' morire un paziente, magari per interrompere le sue sofferenze. Così come sono contro l'accanimento terapeutico ovvero il moltiplicarsi di cure e atti medici, a volte anche invasivi, che prolungano artificialmente la vita. Ritengo sia più giusto che quando si è tentato tutto, ma proprio tutto, i medici si arrendano, 'lascino' che la vita faccia il suo corso, che il malato torni fra le braccia del Padre, questo e' un atto di amore e di responsabilità. Non un atto medico contro la vita, ma la constatazione che l'uomo ha una sua dignità, soprattutto negli ultimi istanti della sua vita".
- Già, ma chi decide quando?
"Regolamentare questo argomento per legge e' impossibile, anche perchè ogni caso e' singolo ed irripetibile, come ogni uomo. Siamo in una zona grigia in cui la legge e le regole rischiano di peggiorare la situazione, di renderla sterile".
- Insomma 'staccare la spina' può essere un atto d'amore?
"No, ma può essere un atto di amore non accanirsi, non esagerare con le cure magari per protrarre la vita per pochi istanti o poche ore. A questo atteggiamento mi riferivo nell'intervista al 'Corriere'. Dicevo anche che in questa società purtroppo manca la cultura della vita, quella della sofferenza e della morte".
- E allora cosa suggerisce?
"Occorre una nuova educazione, ripartire da un nuovo concetto di medico che non si fermi al puro aspetto biologico, ai soli parametri fisiologici, che capisca l'uomo nella sua interezza anche psichica e spirituale. Che possa condividere al fondo il dolore del malato e dei propri cari. Per questo ho voluto che nell'Università Vita-Salute San Raffaele accanto alle facoltà mediche vi fossero le scienze umane a cominciare dalla filosofia e dalla teologia perché un vero medico, medico-sacerdote, deve sapere ciò che e' l'essenza dell'uomo, fatto ad immagine di Dio. E, quindi, agire di conseguenza con tutta la professionalità e le tecnologie di cui oggi disponiamo. Per sottolineare questa necessità - conclude don Verzé - abbiamo voluto dare oggi la laurea honoris causa al cardinal Martini".
(ANSA).
TC
13-OTT-06 12:10