Delhi, l'ospedale dei mendicanti venuto dall'Italia

Bisogna andarci verso le cinque del pomeriggio. Bisogna prendere una di queste millecento gialle e nere, scarburate come quarant'anni fa, e che qui a Delhi  sono i taxi dei ricchi. E andare avanti per una dozzina di chilometri verso l'interno della città, fino a dopo il grande arco dell'India Gate. Fino a lasciarsi alle spalle tutta la zona delle ambasciate, degli alberghi a cinque stelle, delle siepi curate e dei prati all'inglese.
Poi bisogna mollare la Millecento, e fermare un taxi di  quelli ancora più vecchi, quelli a tre ruote. Gli unici che riescono a farsi strada nel formidabile ingorgo d'autobus, macchine e gente che comincia da li in avanti. Si riesce ad avanzare ancora una mezz'ora, prima di restare bloccati del tutto. Quanto basta per abituarsi alle mucche ossute in mezzo alla strada, ai lattanti silenziosi in mezzo al fumo delle marmitte e alle migliaia di uomini, donne, bambini che vivono lì, sotto tende di stracci, sul marciapiede o lungo la linea di mezzeria. Giusto il tempo di pensare a cosa sono dodici milioni di abitanti, nella stessa città, e un miliardo abbondante di indiani sparsi nella nazione.

Poi bisogna mollare anche i minitaxi, e salire sul risciò a pedali: l'unico mezzo, finalmente, che riesce a infilarsi dentro i vicoli di Old Delhi, la città vecchia. Alle cinque del pomeriggio Appunto. Quando gli abitanti dei marciapiedi, a decine, a centinaia, si alzano e vanno a sedersi, con le mani unite e le palme rivolte in su, di fronte ai banchi  del gnocco fritto, del pane tandoori e del pollo al curry. In attesa che qualcuno, a un certo punto, lanci loro gli avanzi.

Ma non è questo, il peggio che si può vedere. C' è  sempre il fiume, proprio li sotto. Dove altri uomini, altre mamme, altri bambini, aspettano, accucciati a riva, che qualche disperato tra quelli di sopra butti giù dal ponte un torsolo, un sacchetto di pattume, una cosa qualunque: da raccogliere  e mangiare in fretta, prima che affondi nell' acqua fetida. Allora è questo, il peggio. No, nemmeno.
Perché alla fine in fondo a tutto, ci sono quelli che il pattume non possono neppure lanciarsi a raccoglierlo. Perché sono ciechi, senza gambe, paralitici. Sono i disabili dell'India. Che sono, da soli, novanta milioni di persone. Come dire l'Italia e la Spagna  messe insieme.Uno Stato nello Stato.Sennonché proprio loro, o almeno una prima  per quanto piccola fetta di loro, ora avrà proprio qui  a Delhi un ospedale che la maggior parte dei Paesi occidentali non si sogna neanche. E che esiste grazie a un ex ufficiale dell'esercito indiano, il maggiore  Ahluwalia, che lo ha concepito; grazie all'Italia, che lo ha in buona parte finanziato  con i fondi della cooperazione internazionale; e grazie all'Istituto San Raffaele di Milano, che lo ha realizzato attraverso i tecnici, i volontari e il lavoro di un'organizzazione non governativa come l'Aispo, l'Associazione italiana per la solidarietà fra i popoli. E l'Indian Spinal Injury center (ISIC) di Delhi: uno degli unici cinque ospedali  al mondo specializzato nella cura e riabilitazione dei malati spinali. Paralitici in una parola. Ed  è uno di quei casi in cui, per una volta, i miliardi della Cooperazione non si sono persi in mille tasche e mille rivoli ma si sono trasformati, alla fine,  in un'opera fatta e compiuta. E la riprova è che per inaugurarla, la scorsa settimana, insieme al presidente del San Raffaele don Luigi Verzè ha voluto essere presente qui a Delhi anche il ministro degli Esteri Lamberto Dini. 

Facciate esterne di un bianco abbagliante, 120 posti-letto, strumenti d'avanguardia, sale operatorie collegate via video con le migliori del pianeta. Attrezzature marziane, se confrontate con gli standard di una città in cui il più importante tra i sei ospedali pubblici, giusto all'ingresso, è dominato da un'inquietante cartello, inchiodato all'intonaco con la scritta  a penna "Don't pay bribes": non pagate tangenti agli infermieri.

Quanto è costato l' ISIC? L'India ci ha messo, tramite la fondazione del maggiore Ahluwalia, circa 9 miliardi per la costruzione dell'edificio. Il resto 13 miliardi e mezzo, sono soldi della cooperazione: spesi prevalentemente in impianti, strumenti, attrezzature e formazione del personale.

Più  altri 550 milioni tirati fuori dal San Raffaele, e raccolti anche grazie  a iniziative benefiche  cui si è prestato tra gli altri Albano. Ma non è tutto. Sempre l'AISPO  e sempre il San Raffaele in questi stessi giorni hanno inaugurato  nella parte settentrionale dell'India a Dharamsala, enclave tibetana in territorio indiano nonché sede del governo del Dalai Lama in esilio, anche il nuovo padiglione maternità del Delek Tibetan Hospital: la cui sala-parto, ormai, è utilizzata come sala operatoria dell'intero ospedale.L'investimento in questo caso, è stato di neppure un miliardo (stanziato come intervento umanitario), ma ha consentito  non soltanto di concludere il padiglione , bensì di finanziare anche un programma di vaccinazioni per l'intera regione.E l'ospedale di don Verzè si è impegnato a portare in Italia, per istruirli  e rimandarli indietro, anche 400 infermieri tibetani.

Un programma., quello del San Raffaele, in nome  del quale sembrano assottigliarsi anche le barriere diplomatiche più critiche. Nessun governo occidentale, per esempio,  riconosce quello tibetano del Dalai: se non altro per non guastare le relazioni con la Cina, prioritarie per chiunque. Ma all'inaugurazione del Delek  Tibetan  Hospital ha voluto partecipare  a tutti i costi anche l'ambasciatore italiano in India Benedetto Amari: con tanto di abbraccio alle autorità del Tibet presenti. D'altra parte il lavoro non è finito. La costruzione di altri 4 centri simili all'Isic è già stata avviata tramite l'Aispo in altre regioni dell'India, e sarà bilanciata da interventi analoghi in Cina. "Non ho mai condiviso - ha detto don Verzè a Dini, durante il ricevimento finale all'ambasciata di Delhi - la frase: Beati i poveri. Ho sempre pensato che, trattando i poveri come se fossero ricchi, alla fine sono loro stessi a tirarsi fuori dalla povertà. Quindi, il rilancio su un prossimo impegno a Cuba: Fidel Castro è un mio caro amico, sono stato io a portarlo dal Papa e, almeno in parte, sono stato io a portare il Papa da lui. Adesso Signor Ministro, dobbiamo andare a Cuba anche noi: ci serviranno altri soldi....." " Vedremo - ha sorriso Dini - vedremo quel che si può fare....."