Don Verzé: "Ringrazio la Bindi per le sofferenze che m'ha dato"

È stato la bestia nera dell'ayatollina rossa di Sinalunga , l'ineffabile, impagabile, indomabile Rosy Bindi.
Don Luigi Verzé è il dottor Schweitzer della Sanità, il fondatore di un impero sul quale non tramonta mai il sole. Con buona pace dei talebani della Sinistra dossettiana e lapidaria, giustizialista e pauperista, egalitaria e autoritaria.
Per anni, anzi per decenni solo contro tutti - politici, burocrati, sindacalisti, moralisti all'ingrosso e al dettaglio - questo crociato della salute ha vinto battaglie disperate, e se qualcuna ne ha perduta, è stato per la prepotenza e la strafottenza del nemico, che ha cercato di mettergli i bastoni, e non solo i bastoni, fra le ruote. A ottant'anni è ancora un leone. E non un leone da circo, un leone da arena.
Parla di Dio come di un compagno di lotta, che non l'ha mai abbandonato e che lui non ha mai tradito e ha sempre servito. Sulla scrivania tiene un crocefisso, dono del cardinale Schuster, che idealmente impugna, anzi brandisce quando scende in campo contro chi non gli perdona di essere diventato quel che è diventato. Il paladino della sanità che risana, il nemico numero uno della falsa assistenza, della finta efficienza, della scandalosa impotenza di uno Stato pieno di rughe, di varici, di piaghe. Uno Stato che difende con le unghie e coi denti la propria inettitudine e i propri arbitri. In nome di un solidarismo tartufesco e melenso e di un utopismo rancoroso e punitivo. Se un giorno la faranno santo o beato, non so. Non lo so e non glielo auguro. Più che sugli altari, don Luigi lo vedo sul ring, circondato dagli sfidanti finiti al tappeto sotto i suoi uppercut, i suoi ganci, i suoi diretti e direttissimi. Da questo ring solo Dio potrebbe farla scendere. Né la Bindi, ormai k.o., né i suoi pasdaran, ormai in estinzione.
Ma dal ring il Padreterno non ha per ora alcuna intenzione di sloggiarlo. I nemici di questo Tancredi in grisaglia scura sono avvertiti. Se ne facciano una ragione. I pochi che non l'hanno ancora perduta, e i molti che non l'hanno mai avuta.
D. Rosy Bindi a casa. La fine di un incubo?
"Ma io alla signora..."
R. Signorina.
"Io alla signorina Rosy sono molto riconoscente".
D. Lei riconoscente all'ex ministra della Sanità?
"Si, e sa perché"?
R. Perché?
"Perché mi ha procurato la più grande sofferenza della mia vita".
D. Ma questo è masochismo.
"No è gratitudine".
D.. Non capisco.
"Mi spiego".
D. Si spieghi.
"Per me, vecchio cristiano e buon sacerdote, la sofferenza è l'investimento più ricco".
D. Che tipo di sofferenza la signorina Rosy le ha procurato? Come ha potuto farla tanto soffrire?
"Dopo lustri di lavoro volevo dare a Roma un ospedale modello. E, invece, grazie alla Bindi ...".
D. Cos'ha fatto la damigella senese?
"Mi ha costretto a vendere il San Raffaele di Mostacciano, vanificando il mio sogno".
D. La Bindi: una stalinista o una khomeinista?
"Khomeinista".
D. Quante volte ha avuto l'0nore di incontrarla?
"Una".
D. Una soltanto?
"E mi è bastata".
D. Cosa vi siete detti?
"Mi ha chiesto di sbarazzarmi del San Raffaele capitolino, chiesa di Dio appena costruita".
D. La riforma Bindi: un incidente di percorso o un a calamità nazionale?
"Né questa né quello".
D. E che cosa?
"La riforma è giusta".
D. Giusta?
"Si: giusta, ma male applicata. La riforma l'abbiamo fatta nostra da quel dì, spendendo un mucchio di quattrini e indebitandoci".
D. Oltre alla Bindi, chi, in questi anni, vi ha dato più filo da torcere?
"Non saprei".
D. Lo sa, lo sa.
"Tanti, ma non posso dire: più questo o più quello,  Bucalossi, medico e politico socialdemocratico milanese, quando gli spiegai cosa sarebbe stato il San Raffaele, disse al sindaco Ferrari:"Se don Verzé realizzerà il suo sogno, appiattirà tutte le altre strutture""
D. Umberto Veronesi: una buona scelta?
"Ottima".
D. Perché?
"Innanzitutto, perché è un gentiluomo educato".
D. Poi?
"Ha un'esperienza formidabile".
D. Poi?
"È un vero umanista, che condivide le esperienze altrui. Ha detto pressappoco: "Io non rinnego la riforma Bindi, ma voglio farla in modo umano". Pensa a un ospedale ideale, come il San Raffaele di Mostacciano".
D. Il migliore ministro della Sanità del dopoguerra?
"Guzzanti. Uomo di buon senso ed esperienza".
D. Il peggiore?
"Non me lo chieda".
D. E se glielo chiedessi?
"Non me lo chieda. Glielo lascio immaginare".
D. La nostra Sanità è malata o moribonda?
"Né malata né moribonda: è in crescita. Si comincia finalmente a capire che la centralità di un ospedale è l'uomo".
D. I suoi bubboni più infetti?
"Non riconoscere l'uomo per quello che è, nella sua totalità".
D. Cioè?
"Fusione di materia e di spirito. Ogni uomo che muore è un fallimento dell'uomo".
D. Come risanare la Sanità?
Con la ricerca scientifica e didattica e con la formazione".
D. La migliore sanità europea?
"Dicono l'olandese".
D. La peggiore?
"No comment".
D. Quella nostrana?
"In Italia c'è ancora troppa disparità fra Nord e Sud. Sapesse quanti ammalati vengono al San Raffaele dal Mezzogiorno e dalle isole".
D. Lotta di più contro i politici, i sindacalisti o i burocrati?
"Contro i politici, i sindacalisti, i burocrati".
D. È una lotta che si può vincere?
"Nel 1974, dibattuto nel contrasto fra la mia concezione di ospedale e l'atteggiamento di certi sindacalisti, indovini che cosa mi sono detto?".
D. Che cosa si è detto?
"Salgo al settimo piano del San Raffaele e scaravento giù tutti. Poi, rivolti gli occhi al cielo, mi sfogai: "Signore, sono stufo"".
D. E il Signore?
"Mi rispose: "Tutto quello che fai ai tuoi simili sarà fatto a te"".
D. Gli ospedali italiani: più luoghi di cura o di tortura?
"Astanterie".
D. Perché?
"Perché si fa poca ricerca scientifica".
D. Come le venne l'idea del San Raffaele?
"Il cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, voleva un ospedale che non fosse né corsia né casa di cura privata al servizio dei solventi, cioè degli abbienti. Un ospedale per tutti, soprattutto dei diseredati".
D. Cos'ha il San Raffaele in più degli altri ospedali?
È un modello di assistenza al malato in cui va visto Gesù. E non in una mangiatoia, ma in un tabernacolo d'oro. Un ospedale di ricerca, formativo. Con un'università intesa non solo come facoltà di medicina, ma anche come centro umanistico".
D. Quanto fattura il San Raffaele di Milano?
"Cinque-seicento miliardi l'anno".
D. Quanti ricoveri e quante prestazioni?
"Settantamila ricoveri e cinque milioni di prestazioni".
D. Bilancio attivo o in roso?
"In rosso. La nostra è un'assistenza di prim'ordine, e l'assistenza di prim'ordine costa".
D. La prima offerta?
"A Torino, da un'ammalata che incontrai nella corsia di un ospedale, dove languiva con un'altra cinquantina di pazienti abbandonati a loro stessi. Mentre uscivo mi porse la mano rattrappita dall'artrosi e mi offrì cinquecento lire. Tutti i suoi risparmi".
D. Il primo ricoverato?
"Un anziano signore, certo Casiraghi".
D. Anno?
"1970".
D. Quanti posti letto al San Raffaele?
"1.250".
D. Dipendenti?
"1.450".
D. Medici?
"700".
D. Per diventare medico del San Raffaele bisogna credere in Dio o basta credere in don Verzé?
"Bisogna sentirsi sacredoti-medici, consacrarsi agli ammalati, che rappresentano Dio al vivo. Qui lavorano cristiani, ebrei, e anche qualche musulmano. Credenti e non credenti".
D. I medici italiani: più scienziati, apostoli, baroni o sanguisughe?
"Salvo eccezioni, buoni professionisti".
D. Quanti i San Raffaele in Italia?
"A Milano e Taranto, cittadella della carità".
D. E nel mondo?
In Brasile, in India e, fra poco, in Cina, a Cracovia e a Cuba".
D. Che fine ha fatto il San Raffaele di Mostacciano?
"Gliel'ho detto: abbiamo dovuto disfarcene. Ma quando vengo a Roma, tutti mi domandano quando tornerò. Comunque nella capitale stiamo facendo un grande centro di ricerca".
D. Ha mai pensato di vendere il suo gioiello milanese?
"E a chi?".
D. Vi accusano di essere i campioni della sanità privata.
"È un'accusa?".
D. È un'accusa?
"Siamo diventati simbolo, anzi il simbolo per eccellenza. Ma la distinzione fra pubblico e privato non esiste. È' superficiale".
D. È vero che dalle sue parti la chiamano "don Palanca"?
"Dove l'ha letto?".
D. Non ricordo.
"Mai sentito".
D. "Manager di Dio" l'hanno anche ribattezzata. Dio: un buon datore di lavoro?
"Ottimo".
D. Fino a che punto è lecito guadagnare in suo nome?
"Fino al punto di reinvestire i guadagni sui bisogni dei più poveri".
D. Parla spesso con Dio?
"Continuamente".
D. Cosa gli dice? E cosa gli chiede?
"Gli chiedo di essere quanto più possibile come lui".
D. Nient'altro?
"Gli chiedo anche di farmi lavorare bene e in pace".
D. Perché non gli ha chiesto una mano per il San Raffaele di Mostacciano?
"Gliel'ho chiesta".
D. E lui?
"Mi ha risposto: "Fai questo sacrificio"".
D. A dio nulla è impossibile. E a lei?
"Io mi limito a raccogliere e  a esaudire la sua volontà".
D. Si è definito un "sessantottino in agitazione permanente".
"Ma io non sono mai stato un sessantottino. Capisco, comunque, i giovani che si ribellano ai soprusi, alle ingiustizie, alle insipienze del Potere. Alle domande dei giovani bisogna sempre dar una risposta".
D. È' davvero una testa calda?
"Testa calda, non direi. Sono un ottimista perché credo che Dio accompagni l'uomo ovunque, dalla culla alla tomba".
D. Perché, quando la chiamano "Presidente" le viene da ridere?
"Perché il vero Presidente sta lassù: è Dio".
D. Sarebbe in grado di dimostrarlo?
"Anche subito, se vuole. Ho prove inconfutabili".
D. Dove finisce il manager e comincia il prete?
"S'integrano. Non sarei un buon prete se non fossi un buon manager di Dio. I medici non devono essere solo riparatori, ma anche, anzi soprattutto concreatori".
D. Lei, che tipo di medicina predica: quella classica?
"No: quella molecolare".
D. Davvero "Tutto è possibile a chi crede"?
"Tutto. Ne sono arciconvinto".
D. Sono più le sue virtù teologali i cardinali?
"Cardinali, ma queste e quelle devono fondersi".
D. Fra le sue virtù c'è anche la pazienza?
"La pazienza, mi diceva il cardinale Schuster, è la più grande virtù di un sacerdote".
D. Il suo più insopportabile difetto?
"La fretta".
D. "Tutti - sono parole sue - siamo spinti dall'ambizione". Ma questa - diceva Tolstoj - "più che con la bontà s'accorda con l'orgoglio, l'astuzia, la crudeltà".
"Guai se nell'uomo non ci fosse una giusta dose di ambizione, di orgoglio, mitigati dal buon senso e dalla fede".
D. Ha sempre vinto le sue sfide?
"Non sempre. Ma ho sempre creduto in Dio".
D. Il momento più difficile della sua vita?
"Quando dubitavo di poter realizzare i miei progetti".
D. È vero che da giovane voleva far il giornalista?
"Verissimo".
D. E perché non lo fece?
"Perché il mio maestro e padre spirituale, don Calabria, mi disse: "Basta scrivere. Compiamo piuttosto le opere di Dio".
D. Quando don Verzé sugli altari?
"A me basta poter amare Dio".
D. Continuerebbe ad amarlo, anche se la mandasse all'inferno?
"Si. Anche se mi mandasse all'inferno. Ma è un paradosso".
D. I suoi amici?
"Quelli che condividono i miei ideali, che nella diversità accolgono il mio spirito".
D. I suoi nemici?
"Mai avuto nemici".
D. Ne ha avuti, ne ha avuti. E ne ha.
"Non me ne sono mai accorto".
D. Chi avrebbe voluto vedere al funerale di Craxi?
"Ai funerali di Craxi io non ho guardato in faccia nessuno. Solo il volto della figlia Stefania e quello dei bambini che abbracciavano il feretro del nonno".
D. Chi è stato Craxi?
"Un uomo che si è sacrificato per il suo Paese".
D. Lei, con chi ce l'ha?
"Con nessuno".
D. Proprio con nessuno?
"Diciamo con quelli che, andando contro la Storia, hanno rinnegato se stessi".
D. Fra i suoi amici c'è anche Fidel Castro?
"Si. Un altro uomo che ama il suo Paese. E lo ha dimostrato, opponendosi a ogni inquinamento straniero. sa cosa mi disse un giorno?".
D. Cosa le disse?
"Sono stato costretto ad andare coi russi".
D. È' un uomo di fede'
"Si. E' un uomo che crede in dio, in se stesso e nella Causa".
D. Chi più la ama?
"Quelli che sono stati salvati, o hanno avuto i parenti salvati, al San Raffaele. Non immagina quanti bambini mi scrivono dall'India, dal Brasile, dall'Africa".
D. E chi più la odia?
"Nessuno mi odia".
D. Nessuno, proprio nessuno?
"Nessuno mi odia perché nessuno è cattivo".
D. E la Bindi?
"Nemmeno lei. La gente non si divide fra buona e cattiva".
D. E come si divide?
"Fra chi sa e chi non sa. Nostro compito è appurare bene i principi della vita e della convivenza, ed essere tolleranti. Nessuno può ergersi a giudice degli altri".
D. "Santo delinquente" l'hanno bollata.
"Chi?".
D. Lo domando a lei.
"Neanche Di Pietro lo ha detto".
D. E cosa ha detto l'ex simbolo di "Mani pulite"?
"Che qualche volta vado oltre la legalità. Ma a fin di bene. La salute degli uomini viene prima della legge".
D. Le piace questa Chiesa?
"Mi piace molto questo Papa. Un santo e un uomo di grandissima modestia e profondissime convinzioni. Saldo nei principi, ma aperto e tollerante verso tutti. Porta e sopporta la sua infermità come una corona di martire".
D. Un Pontefice grande o sommo?
"Sommo. Come sommo  è l'uomo".
D. Lei Papa, cosa farebbe?
"Tutto quello che ha fatto, e fa, questo Papa".
D. Che sangue corre fra lei e la curia romana?
"Sangue normale".
D. E fra lei e quella milanese?
"Normale. Altro è il mio rapporto con il Papa o con il cardinal Martini, altro è quello con le curie".
D. Oggi, è ancora un uomo discusso?
"Non più".
D. Ma lo è stato.
"Si".
D. E' più facile curare il corpo o l'anima?
"Per curare l'anima non bisogna fare opera di convincimento. Io devo rappresentare quello che la mia fede ispira alle mie mani. L'importante è compiere opere evangeliche".
D. Assumerebbe la Bindi al San Raffaele?
"Si. Come collaboratrice".
D. Con quale stipendio?
"Da concordare. Ma se mi dimostrasse di amare la gente, a cominciare dai medici, glielo aumenterei subito".