Un ospedale come Dio comanda

Ha l'efficienza di una clinica privata, costa meno allo Stato, dà più servizi ai cittadini. Sembra impossibile. "Epoca" ha cercato di capire come funziona un centro sanitario all'avanguardia e perché gli ospedali italiani sono tutti come questo. Ce lo spiega il prete manager che ha compiuto il miracolo.

"Io mi vedo così: una mano attaccata al nostro Signore Gesù Cristo e l'altra attaccata alla terra. Tante volte pendo molto di più verso la terra e me lo rimprovero. Allora prego il Signore di darmi degli strattoni per stare in equilibrio". Non esiste immagine migliore per descrivere Don Luigi Maria Verze, l'artefice di un "miracolo" sanitario che si chiama San Raffaele: un ospedale privato aperto a tutti che spende il 30 per cento in meno rispetto agli ospedali pubblici e garantisce un'assistenza con standard decisamente più alti della media. Un ospedale dove, lo ha sperimentato direttamente Epoca, se ci si presenta una sera di fine luglio con un sospetto di malaria, si viene sottoposti a un check-up completo che comprende striscio e plasmodo (i test specifici per quel tipo di malattia), ma anche una raffica di analisi delle urine e del sangue e addirittura un elettrocardiogramma e una radiografia del torace.
Il San Raffaele, una fondazione senza scopo di lucro che reinveste l'attivo del bilancio nello sviluppo della struttura (circa il 3,4 per cento dei 400 miliardi annui di fatturato), non è però soltanto l'ospedale con1431 posti letto che sorge a Segrate, alle porte di Milano. E neanche soltanto il Dibit (Dipartimento di  Biotecnologie), 40 mila metri quadrati di laboratori di ricerca di base dove si stanno compiendo promettenti studi sul vaccino dell'Aids. La creatura di Don Verzé è un impero su cui non tramonta mai il sole. Fra ospedali funzionanti, in costruzione e progettati, questo impero si estende da San Salvador de Bahia in Brasile a Manila: Passando per Santiago del Cile, Malta, Varsavia, Algeri e Nuova Delhi. Non bastasse, Don Verzé è approdato persino a Gaza e Gerico, i territori dove è appena stata "inaugurata" l'autonomia dei Palestinesi. Il 3 febbraio scorso, il sacerdote veronese ha incontrato a Ginevra Yasser Arafat e lì ha gettato le basi per una collaborazione che vedrà il San Raffaele impegnato nella realizzazione del sistema sanitario di base nel futuro Stato indipendente palestinese.
Alla base di questi "miracoli", l'ardita operazione con la quale questo prete di 74 anni nato a Illasi, provincia di Verona, ha sintetizzato la spiritualità latina con il pragmatismo anglosassone. Una sintesi espressa anche dal suo abbigliamento, croce d'oro appuntata sul bavero della giacca ed elegante cravatta bicolore, blu come il vestito e bordeaux come le calze: Amore sacro e amor profano.
Un manager, questo è don Verzé. Dotato, come tutti i veri manager, di uno spiccato gusto per il rischio. E per le mosse azzardate. Non è un caso che don Verzé sia un appassionato giocatore di briscola e tresette. Come tutti i giocatori un po' ribaldo. Al San Raffaele è divenuta leggenda una vittoria a briscola per undici a zero contro il suo vice Mario Cal. I due stavano facendo un volo intercontinentale e giocavano seduti uno di fronte all'altro. Il sole stava tramontando e il finestrino era diventato un vero e proprio specchio dove don Luigi poteva leggere le carte dell'avversario. Che ha iniziato a perdere una mano dietro l'altra. Mario cal era disperato. Don Verzé rideva come un pazzo. Finchè Cal ha capito. Da quel momento mai più partite vicino a un finestrino.
Una disinvoltura quella del don Verzé imprenditore che l'ha portato a operazioni edilizie audaci, come la realizzazione di varianti in corso d'opera prima ancora che tutte le licenze burocratiche fossero accordate.
Ma che l'ha anche portato a creare a Segrate un vero e proprio ospedale-azienda, che funziona a pieno regime (il tasso di utilizzazione dei posti letto è del 99,7 per cento, a fronte di una media nazionale del 75 per cento).Un modello, quello del San Raffaele, che ora sta per approdare anche a Roma: l'inaugurazione dell'ospedale in zona Eur è prevista per il 24 ottobre.
D. : Don Verzé, per rimettere in sesto il bilancio della Sanità il ministro Raffaele Costa è stato costretto a chiudere cento ospedali. Lei invece ne apre. Qual è il suo segreto?
R. : Il mio segreto è Gesù cristo. Proprio così . Mi diranno che sono integralista, ma se devo spiegare il "fenomeno San Raffaele" io devo assolutissimamente appellarmi alle ragioni che mi hanno indotto a pensarlo. Leggendo il Santo Vangelo ho scoperto che Cristo Gesù è il più grande medico della storia. Non perché è un guaritore ma perché è entrato nella logica dell'uomo, fatto di biologia, psicologia e spirito.
D. : In che senso?
R. : Nel senso che ogni guarigione di Cristo restituisce l'uomo completamente a se stesso. Non lo guarisce semplicemente, ma dà una ragione alla sua vita, gli dà anche un respiro spirituale. E cioè lo completa. Lo fa essere quell'uomo che Dio ha creato a sua immagine e somiglianza: fatto contemporaneamente di spirito e di corpo. Ecco, questo è il punto dal quale parte il San Raffaele: restituire l'uomo a se stesso.
D. : Per applicare questo modello i medici devono allora essere religiosi?
R. : Assolutamente no. L'epoca moderna è l'epoca del Vangelo laico. Nei medici noi cerchiamo soltanto una cosa la competenza.
D. : Come fa il medico laico del San Raffaele a "restituire l'uomo a se stesso"?
R. : Non essendo soltanto uno specialista ma soprattutto un grande "umanista". Prima di essere un nostro paziente, un ammalato è un uomo. Se il medico non capisce questo, è difficile che riesca effettivamente a guarire chi ha in cura. Ma proprio per raggiungere questo obiettivo occorre che l'ospedale sia anche un centro di ricerca scientifica, biomedica e un centro di pensiero umanistico. Da questo nasce l'ateneo San Raffaele.
D. : Ateneo San Raffaele?
R. : Si, stiamo per costruire l'università del San Raffaele. Un ospedale deve essere prima di tutto intelligenza, cioè ricerca scientifica, e poi sapienza, ossia umanesimo. Ed ecco l'ateneo. Ma ateneo in senso globale: Corso di laurea in medicina, ma anche filosofia, psicologia, biotecnologie, economia ospedaliera, antropologia  
D. : Tornando ai malati, cosa significa "mettere al centro l'uomo"?
R. : Tenere presente le esigenze dell'uomo. Al San Raffaele d'estate non si chiudono i posti letto (negli altri ospedali milanesi si arriva a punte di chiusura del 40 per cento. n.d.r.), ma si fanno le ferie a rotazione. Al San Raffaele, delle sei macchine per fare la Tac, almeno due funzionano 24 ore su 24. E al San Raffaele non si fa sciopero.
D. : Non si fa sciopero?
R. : Perché, la malattia fa sciopero?
D. : Da dove inizia il percorso per "mettere al centro l'uomo"?
R. : Ho iniziato cercando l'habitat: un ambiente umano nell'ospedale. Fino al 1950, l'ospedale era visto come il luogo dell'aberrazione. Questo era errato, non era neanche secondo il pensiero classico. Perché se si guarda a Epidauro (città dell'antica Grecia. n.d.r.), il suo ospedale sorgeva tra i templi per tutte le devozioni, ma c'era anche la biblioteca, l'università, l'insegnamento...Oltre naturalmente alle stanze dove erano ricoverati gli ammalati. Creando al San Raffaele un ambiente umano ci siamo ispirati a questo. Non abbiamo scoperto nulla di nuovo.
D. : E questo come si traduce concretamente?
R. : Quando un ammalato arriva da noi deve trovare volti amici. Ricordo che quando ho creato il primo lotto del San Raffaele ci misi a lavorare le ragazze più belle che avevo trovato. E dovevano essere tutte vestite estremamente eleganti. Voi altri giornalisti avete notato solamente questo. E l'avete naturalmente visto sotto l'aspetto più banale. "Le ragazze di Don Luigi vanno ad assistere gli ammalati in minigonna"
D. : era vero?
R. : Forse avevano anche le sottane corte, ma a me non importa niente. L'importante è che siano gradevoli agli ammalati, che abbiano volti belli, che siano sorridenti... perché, insomma, il momento nel quale l'uomo ha più bisogno è quando è ammalato. In quel momento si rimette nelle mani degli altri. Per questo ci vuole un'accoglienza la più umana possibile. Bisogna dirgli: non sei un oggetto dobbiamo collaborare... Perché se non c'è la collaborazione dell'ammalato, il medico può poco: il potere per sconfiggere la malattia è diviso a metà tra medico e ammalato. Ecco perché occorre l'ambiente: prima le persone, poi le strutture.
D. : Ossia?
R. : Faccio un esempio. Quando noi abbiamo costruito la scuola di formazione per infermieri a Illasi vicino a Verona, mi hanno rimproverato: perché sprecare soldi in pavimenti di marmo? Io ho risposto: noi dobbiamo educare alla conservazione dell'ambiente bello.
D. : Anche a Segrate avete applicato la stessa filosofia?
R. : Certo.Quando 20 anni fa abbiamo aperto il San Raffaele, i primi che entravano e trovavano al massimo tre letti in una stanza, bagno in camera, aria condizionata, telefono, volevano tornare indietro. Pensavano "Ci hanno fregato, ches chi l'è il post dei sciür (questa è una clinica per ricchi)".Lo standard, degli altri ospedali era 18/20 letti per stanza.
D. : Ma al San Raffaele ci sono pazienti a pagamento?
R. : Nei limiti previsti dalla legge, massimo 10 per cento dei letti.
D. : Quando avete ricoverato Bettino Craxi ha pagato?
R. : No, credo che la sua degenza l'abbia pagata la mutua.
D. : Ed era in camera singola?
R. : Si, perché stava parecchio male.
D. : Al San Raffaele i medici fanno anche visite private, vero?
R. : Si, questo è uno dei nostri punti di forza. I nostri medici dovrebbero lavorare otto ore, poi potrebbero dedicarsi al loro studio privato. Ma noi abbiamo tutto l'interesse a tenerli in ospedale il più a lungo possibile. Così abbiamo stretto un accordo: noi ci preoccupiamo di organizzare le loro visite private all'interno dell'ospedale,loro in cambio ci corrispondono il 25-30 per cento delle entrate.
D. : Altri esempi di incentivi?
R. : Per rientrare più rapidamente possibile dall'investimento, noi incentiviamo la produttività. Per esempio se lo staff medico realizza 11 esami al giorno anziché i 10 previsti dallo standard medio di un macchinario, noi lo incentiviamo con dei soldi. Lo stesso discorso vale per le prestazioni ambulatoriali.
D. : Una specie di cottimo.
R. : In un certo senso, si. Noi diciamo. Più tu lavori, più io guadagno, più posso fare investimenti. Quindi è giusto che tu guadagni di più se lavori di più.
D. : Il San Raffaele è un vero ospedale-azienda.
R. : Proprio così. Il San Raffaele è stato il 'primo ospedale ad applicare il controllo di gestione. Ogni nostro reparto funziona come se fosse una piccola azienda. E ha un budget che prevede, sulla base degli standard internazionali, la quantità delle prestazioni e quella dei consumi. All'inizio dell'anno il reparto di chirurgia generale, per esempio, sa che deve fare un numero preciso di interventi di appendicite consumando il materiale necessario. Ogni sei mesi si fanno le verifiche. E se un  medico chiede il bisturi elettronico, prima di soddisfarlo incrociamo tre dati: investimenti, prestazioni e consumi.
D. : R. , lei parla come il direttore di un'azienda.
R. : Noi abbiamo applicato alla sanità gli stessi parametri che si usano in azienda. Naturalmente i nostri sono più elastici. Ma in sei anni di esperienza abbiamo accumulato un know-how che ci permette di captare e distinguere le richieste sensate da quelle immotivate.
D. : L'ospedale privato no-profit è un modello che potrebbe diffondersi in tutta Italia?
R. : Penso di si. La conferma è il San Raffaele e le strutture che stanno nascendo, come il Centro oncologico Europeo diretto dal professor Veronesi inaugurato a Milano nello scorso luglio. Una scommessa a cui credono anche i grandi gruppi imprenditoriali, come la Fiat, le Generali e Mediobanca, che su questi enti senza fine di lucro hanno deciso di investire. È la valorizzazione del contributo del privato per un ideale pubblico. I tempi delle elemosine versate alle opere pie ormai sono finiti. Anche un certo tipo di assistenzialismo religioso deve cambiare. I finanziamenti agli enti morali devono essere consapevoli e ragionati. E con precisi standard di servizio, che debbono venire accuratamente controllati.