Parkinson e Alzheimer
15 Dicembre 2011
É stata da poco celebrata la Terza Giornata Nazionale della Malattia di Parkinson – 26 Novembre 2011 e i
ricercatori del San Raffaele aggiungono un altro importante contributo
alle conoscenze dei meccanismi patologici della malattia che colpisce
solo in Italia circa 300.000 persone.
Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista The Journal of Neuroscience,
è stato condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Scientifico
Universitario del San Raffaele di Milano in collaborazione con
l’Istituto Nazionale Neurologico Mondino di Pavia e il KAUST Institute
in Arabia Saudita.
Il lavoro mette in evidenza come in alcune
patologie neurodegenerative, per esempio la malattia di Parkinson e
Alzheimer le proteine presenti nel fluido cerebrospinale (il liquido che
permea e circonda il cervello e il midollo spinale) vengono modificate
in conseguenza dell’aumento delle condizioni ossidative.
I ricercatori si sono concentrati sulla ceruloplasmina
(Cp), una proteina che svolge un ruolo importante nel ridurre i danni
prodotti dalla presenza di stress ossidativo. Essa, nei pazienti affetti
da Parkinson, ha un profilo modificato (più acido) rispetto ai pazienti
affetti da altre patologie neuronali e il suo livello di modificazione è
correlato ai diversi gradi di avanzamento.
Di qui l’osservazione che la
ceruloplasmina (Cp) può essere utilizzata come marcatore per valutare
il grado di avanzamento della malattia e l’efficacia terapeutica dei
trattamenti farmacologici. Il lavoro mette anche in luce che le
modificazioni di questa proteina – marcatore (Cp) sono indotte dalla sua
ossidazione che avviene a causa delle condizioni pro-ossidanti che si
verificano nel fluido cerebro spinale dei pazienti affetti da Parkinson.
Inoltre, lo studio dimostra che la modificazione della proteina implica un’inibizione della sua attività fisiologica: essa
perde la capacità di controllare l’ossidazione del ferro, con la
pericolosa conseguenza di amplificare la presenza di radicali dannosi. La
ceruloplasmina modificata dall’ambiente ossidativo presente nel fluido
cerebrospinale dei pazienti perde infatti la funzione di regolazione del
metabolismo del ferro anche a livello cellulare, ciò causa una
ritenzione e un accumulo di ferro nelle cellule neuronali, determinando
un grave aumento del rischio di danno tissutale.
Afferma il dottor Massimo Alessio, coordinatore della ricerca e responsabile dell’Unità Biochimica del proteoma presso l’IRCCS San Raffaele:“L’aver
messo in evidenza le alterazioni e il ruolo della proteina nel fluido
cerebro spinale dei pazienti affetti da malattia di Parkinson è un
contributo importante perché ci permetterà di valutare l’efficacia di
trattamenti terapeutici a base di anti-ossidanti e soprattutto ci aiuta a
capire i meccanismi responsabili del danno ossidativo per poter
disegnare nuovi approcci curativi.”