autobiografie
Il fondatore del San Raffaele racconta la «chiamata» che lo ha spinto a gettarsi nell'impresa. Un centro di eccellenza in Europa che accoglie malati e medici dall'Italia e dall' estero
Don Verzé: «La mia storia divina»
Di Dino Boffo
Uno legge il titolo lo e Cristo (Bompiani), e subito pensa: il solito Verzé. Già. Chi non riconosce l'eccezionalità di quest'uomo? Ormai, praticamente più nessuno. Non di rado però si pensa di dovergli anche abbuonare qualche gigioneria. Così cominci a leggere il libro e devi piuttosto riconoscere che don Verzé non sta infantilmente giocando tra le parole. Quando scrive: «Gesù ed io ci vogliamo bene», lo fa per dimostrarti come egli prenda il tutto terribilmente sul serio. Questo libro infatti è come la spiegazione di questo rapporto che don Luigi può a ragione considerare esclusivo, precisamente per lo stesso motivo per cui - dicono le scritture - «Dio non fa preferenza di persone» nel senso che Egli tratta realmente ciascuno come fosse unico. E con ciascuno è disponibile ad intessere una relazione speciale e irripetibile. Come quella con il piccolo Luigi, futuro fondatore di ospedali di eccellenza.
E allora questo volume è da intendersi esattamente come un rapporto su come è andata tra loro due. «Vorrete sapere - esordisce - che cosa accade tra me e Gesù» e così dà il via alle danze lungo 640 fitte pagine. Un libro che, insieme al San Raffaele è - immaginiamo - l'opera che più gli appartiene. E quella che lo spiega: è il resoconto di un viaggio lungo l'intera vicenda umana e sacerdotale di questo prete che in ogni fotografia vediamo in giacca e cravatta. Come si entrasse in una foresta lussureggiante, don Luigi libera il sentiero su cui il lettore lo segue sempre più avvinto dal Cristo lì raccontato. In questo senso, l'autore appare qui senza pudore, perché decide di mostrarsi nel suo intimo più intimo. Dà di sé la spiegazione più segreta, di cui non si potrà non tenere conto. Guardate, sembra dire, che io sono così: potrei anche raccontare «con garbata discrezione, ma non posso astenermene da qualsiasi contesto io mi trovi: scientifico, filosofico, sanitario, teologico, imprenditoriale, finanziario», non posso fare a meno di dire Gesù. Anzi, ve lo dico chiaro: io sono di Cristo, potete pensare di me quello che volete ma sappiate che la mia ragione è lui, Gesù medico e salvatore. Ho fatto quel che ho fatto perché dentro mi pulsa un cuore inciso da Cristo. Con Lui ho vissuto "pelle a pelle". Nessuno dunque faccia lo gnorri. Tenete conto di ciò che io amo e di ciò che, amando, ho inseguito per una vita intera.
E dispiega sé da sé, secondo tre livelli. Il primo è per il lettore casuale, il secondo è per chi si è imbattuto in un modo o nell' altro con lui e la sua attività. Il terzo è per chi opera nel San Raffaele e vuoi meritare la fortuna di trovarsi lì. «Non posso nascondere la gioia... (di) parlare del mio più grande amico agli amici», i raffaeliani come da un certo punto esplicitamente chiama quanti lavorano non casualmente al San Raffaele. Il prete che l'ha fondato spiega: «Non l'ho prodotto perché sono un prete manager, ma perché Dio mi ha adoperato da prete convinto». Così non smette di considerarsi un figlio di don Calabria che, emancipandosi dal padre, non si è tuttavia emancipato dall'idea di sollevare i poveri, di averne cura con la dedizione e la premura con cui si custodisce l'ostia nel tabernacolo. Sembra come preoccupato don Luigi di far sapere ai suoi, a chi gli sopravviverà, che l'idea del San Raffaele è «di Gesù e che tutto è opera sua. lo gli ho dato solo una mano». In un altro passaggio spiega: «Io (sono) socio di minoranza..., a Lui - socio di maggioranza - presto le mie mani, gambe, testa, creatività...».
«L’ho costretto a fare con me perché gli ho creduto». Difficile sottrarsi all’impressione - l'autore molto probabilmente lo negherebbe - che egli abbia voluto lasciare scritto "ai dopo di me" il suo amore totale per Gesù Cristo come chiave complessiva della sua opera e per scongiurarli a conservarla, come condizione di impegno. Non solo: «Scrivo inoltre - aggiunge - per lasciar detta la verità sull' origine e la validità del San Raffaele, che da sempre io ho definito opera di Dio perché da Lui ispirata e da Lui inspirata con continua ossigenazione»... E altrove: «L’Opera sono le persone che se ne assumono in toto la responsabilità ora… lo mi fido. Mi basta che si giuri per sempre di scegliere Gesù Cristo con la genialità, l'intelligenza, la voglia di conoscerlo e di ripeterlo senza risparmio». Sì, perché «il resto è fuffa» e solo in Cristo, avverte, «mi acquieto».
Colpisce ad un certo punto la verticalità di quest'uomo che non disdegna, per viaggiare risparmiando tempo, di affittare se serve un volo privato. Sono, dice, "magnetizzato" da Dio. «Non mi vedo infatuato, ma innamorato sì», e per questo continua a non risparmiarsi. «La rassegnazione non è da Dio, perciò non è neppure da me... Non mi rassegno a vedere una donna giovane che muore di cancro, un bambino che muore di malattia rara o che nasce cieco. Non mi rassegno: quindi mi deve dare la forza per fare quello che occorre perché nessun bambino nasca malato, nessuna mamma muoia in una famiglia che ha bisogno di lei».
In questa veemenza che diremo teocentrica si spiega quella certa insofferenza di don Verzé per i paletti posti a salvaguardare ciò che è moralmente corretto da ciò che non lo è. «La fede, come la scienza, non ha nulla da temere dalla dinamica della razionalità». La ricerca, secondo lui, non può che confermare quel che Dio, il perfetto coerente, ha iscritto da sempre nell'uomo. Perché, allora, tenere il cuore stretto? Fidiamoci della ricerca condotta dall’amore e aperta alla vita. Questo è per lui il discrimine. Che a taluni può apparire non completo o magari ingenuo. Il giudizio però deve stavolta misurarsi con le scudisciate inattese che don Verzé riserva ai cultori - vicini e lontani - del testamento biologico, che non sa se definire "patto scellerato" o "frigo funerario" . «Chi è delegato ad assistere - non a spadroneggiare - deve nutrire il più grande rispetto per l'autore della vita e deve venerare l'arcano del morire, qualunque sia il tunnel del transito».
Un libro da tempi ultimi? Per la verità non sembra proprio. «Non vorrei - egli avverte - che pensaste ad una mia sorta di autopacificazione nirvanica, un abbandono solennizzato in una irrimediabile vecchiaia, quasi remissivo fatalismo senza rimedio». Altrove questo prete di ottantasette anni dirà: "lo non sono stanco". «II mio stato d'animo è sempre quello di uno che non può e non vuole dire di no a chi mi chiedesse di ricominciare daccapo per una qualsiasi impresa che, nel nome di Dio, potesse servire agli altri». E neppure voi dite mai «sono stanco . Operate, perché Dio, nostro compagno di strada, nostro consolatore, non si ferma mai. E non brontolate. Non disarmate perché altri oziano e sprecano.. Continuate, perché Dio continua, e nelle distruzioni, anche volute, create cose ancora più belle di quelle distrutte. Fatevi conquistare da Dio e sarete perennemente creativi, come Lui».
Un giorno a chi firma questa recensione capitò di scrivere che è uno “dei grandi vecchi” della Chiesa italiana. Voleva essere un gesto di affetto, oltre che una convinzione. Oggi so che quell’attribuzione non gli è piaciuta. E leggendo il libro lo si capisce: marchiato col sigillo rovente dal Dio della vita, egli lo segue con assoluta libertà, come uno stambecco in alta montagna. Giovanile e aitante. Per questo non resta che dire: auguri, don Luigi.
etica del malato
Curare gli infermi, ovvero dare un senso alla loro sofferenza
Di Marina Corradi
Un cortile di oratorio, nel giugno di 72 anni fa. Un ragazzo gioca a bandiera con i compagni. Affannato dal correre, appoggia la schiena all'esterno dell'abside della cappella dove c'e il tabernacolo.
«Scoccò una scintilla che mi scosse, dritta al cuore. Era amore. Quella bruciatura la sento ancora». Don Luigi Verzé, nato in un paese del Veronese nel 192O, ha oggi 87 anni. Nella sua autobiografia lo e Cristo, ritrovi ancora la fiammata di quel lontano pomeriggio dì giugno. Si può essere vecchi da giovani, e giovani da vecchi. Tutto sta nel cuore. Storia di un prete che ha fondato un grande ospedale, il San Raffaele di Milano, centro di eccellenza cui accorrono malati da tutta Italia e dall' estero, e un'Università, all'ospedale legata; e che ancora coi suoi anni non smette di lavorare a nuovi progetti per curare gli uomini. Ma l'incipit, e poi il proseguire della sua umana vicenda non parte da un'«idea», una volontà, una filantropia. Solo da una constatazione. «In ipso vivo, moveor et sum», è il marchio paolino, dalla prima pagina all'ultima del libro. In Cristo vivo, mi muovo e sono. «Senza di Lui - scrive Verzé - cadrei nella incertezza di esistere, in un'asfissia plumbea; insomma non sarei, né, potendolo, vorrei essere».
Con quel Cristo «geneticamente incastrato» in sé, il sacerdote attraversa la vita. L’«andate e guarite gli infermi» è la parola del Vangelo che lo sospinge alla necessità di fare. Come una straordinaria «impulsione contro la malattia e la morte» - nell’eco, che pare di avvertire, di quel passo dell'Antico Testamento secondo cui Dio non ha creato la morte, e non gode della rovina dei viventi.
Storia di una battaglia, dunque, alla sequela e anzi nell'identificazione con un Altro. Senza fermarsi. Non bisogna mai dire, scrive Verzé, «sono stanco». La verità, «è che sono uno straccio nelle mani di Cristo. Uno straccio, e me ne vanto». E cita don Calabria, che si definiva «zero e miseria», e al quale, in sogno, don Bosco disse compiaciuto che quella miseria era la migliore delle condizioni, per realizzare l'opera cui si è chiamati.
Leggi e immagini come reagirebbero i più alle parole del fondatore di un istituzione del prestigio del San Raffaele. Non forse come quella signora della Milano-bene che a pranzo con il sacerdote gli chiedeva, curiosa, come aveva fatto a trovare i fondi per costruire un'opera simile? Verzé rispose che il San Raffaele è «povero in canna, ma ricco di idee e di uomini». Chissà se la ricca signora ci ha creduto. E una logica «altra», quella che conduce questa biografia. Scandalosa, forse, per molti. Ma se un uomo di 87 anni ti testimonia che vivere così è possibile, si resta zitti, a ascoltare.
Dio, dice Verzé, bussa alla porta di tutti. «È viltà il dire: non ce la faccio, non c'è l'atmosfera, non sono capito, nessuno mi aiuta». La chiamata è per tutti. E lui confessa di sentirla sempre più, col passare degli anni, come un «non temere, pover'uomo», e come la domanda di un «sì», «nonostante tutto quello che vedo di me, e degli altri».
Ma come si incarna questa radicale premessa con l'operare nella medicina e nella scienza, sempre più territori di una "tecnica" che si pretende autosufficiente? Con una certezza, posta a premessa: «L’uomo non è soltanto tecnologia e biologia, ma è un complesso sfuggente ai sensi, e oggetto di numerosissime interconnessioni e conoscenze… Senza un bagaglio che conosca almeno la differenza fra scienza e sapienza (…) è più difficile rendersi conto della straordinarietà del Cristo Dio-uomo».
Giacché questo, e nulla di meno, è per Verzé il soggetto di ogni cura. Cosa deve essere dunque un ospedale? «L’imitazione di Cristo». Un “tempio". «Luogo di ricerca eccellente e insieme di pensiero che arricchisce e provoca infinite discussioni tra gli uomini, tutti alla ricerca dell'idea dalla quale sono usciti e nella quale tutti cercano di rientrare».
E la sofferenza, cos'è? Cos'è il dolore, contro cui si combatte? Eterno avversario, eppure «dotazione inalienabile perché l'uomo sia uomo». Sigillo incancellabile: «Quando in medicina avremo compiuto tutto, constateremo che la sofferenza continuerà a rimanere attaccata all'uomo come la sua pelle». E vero, dice il fondatore del San Raffaele, un ospedale serio tende a essere un ospedale senza dolore. Ma deve anche essere luogo in cui ci si faccia una ragione realistica del soffrire. Di una scuola, dunque, «che penetri nella sofferenza come valore, non come negazione". Parole contromano, nel tempo che giudica ogni menomazione, imperfezione e agonia come non degna, non ammissibile. Parole possibili solo in una visione dell'uomo inserita «in uno scenario infinito per profondità, altezza, orizzonti, che nel Crocifisso ti abbracciano». Sicchè davanti al mistero del dolore, scrive il sacerdote, «Non chiedete anche voi: "quem queritis? Chi cercate?". Non recitate».








