Da pagina 1 de La Provincia di Como
Don Verzè: «Il mio amico Gesù»
Un giorno con il fondatore del San Raffaele
Segue a pagina 37
Da pagina 37 de La Provincia di Como e da pagina 11 de L'Eco di Bergamo
IL RACCONTO DI DON VERZE'
Una giornata con il fondatore del San Raffaele, fra una tazza di tè, un cane dalmata e le pagine del suo ultimo libro
«Io e Cristo» è il testamento spirituale del sacerdote. «L'ho conosciuto a 8 anni sulla scala della cantina»
di Giorgio Gandola
«La storia dimostra che Gesù era un uomo straordinario», Il Vangelo di Giovanni? No, Tom Hanks al cinema.
E' tutto così semplice, in fondo. O almeno lo sembra dentro una società che tende per sua natura ad appiattire, a banalizzare perchè tutti possano capire. E quindi anche a trasformare in una qualunque vicenda di vita vissuta (con accenti curiosi e uscite da santone) la più potente storia che la Cultura e la Fede ci abbiano tramandato nei secoli: quella di Gesù.
Per capire che non può essere così, bisogna andare laggiù dove Milano diventa una tangenziale e confina con Segrate, suonare alla scritta «foresteria», e infine attraversare il cancello che separa la metropoli d'acciaio dal mondo sottovoce di don Luigi Verzè. Dove 46 anni fa il sacerdote, fra acquitrini a perdita d'occhio, cascinali, stalle, filari di pioppi vide due anatre prendere il volo al tramonto e sorvolare in cerchio quell'umanità abbandonata. E disse: «Questo è il segno, questo è il posto».
Cominciò quel giorno l'avventura del San Raffaele, il miracolo tecnologico e umano di una medicina che affronta la malattia nel nome di Dio. E continua come allora, l'avventura. Scandita dai ritmi di un giovane di 87 anni che non ha tempo da perdere e ha acquistato un aereo ancora più veloce per arrivare più in fretta nei luoghi sperduti del mondo dove l'uomo chiede - anzi urla - d'essere guarito.
«Lì, ogni volta che mi avvicino a una persona che soffre, io incontro Gesù». Don Luigi racconta davanti a una tazza di tè, un sabato mattina, prima di ritirarsi in cappella a officiare la messa. Racconta un'avventura da seduto, una delle poche della sua vita col turbo: l'emozione di racchiudere in un libro il suo rapporto con il figlio di Dio. «lo e Cristo», s'intitola il volume edito da Bompiani, un testamento spirituale di 638 pagine, piacere puro per il presidente del San Raffaele, che spiega: «Non posso nascondere la gioia che gorgoglia nel fondo del mio cuore ogni volta che posso parlare o scrivere di Gesù».
Deve avere fatto anche fatica. Non certo a scrivere, ma a stare fermo a riflettere dentro questa avvolgente cascina lombarda, oasi di ricordi e di animali esotici («Cl sono pure le cicogne, tutto mi ricorda il grande giardino nella casa dei miei genitori a Illasi»), mentre dalle finestre si vedono anche le gru. Ma sono quelle con i bracci d’acciaio color arancione che continuano ad aggiungere elementi al San Raffaele. Un nuovo centro di ricerca, un nuovo albergo per i parenti dei pazienti, l’inaugurazione del modernissimo ospedale di Verona. Tutto mentre lui era a rapporto da Gesù.
Il feeling è antico. A otto anni il piccolo Luigi, soprannominato piloto (che in veneto significa paracarro) perché nelle scorribande da bambini faceva il palo, sta giocando a nascondino con i fratelli. Si ritrova solo sulla scala che scende in cantina e lì, nel silenzio, ascolta una voce che dice: «Che importa all’uomo conquistare tutto il mondo se poi perde l’anima?». E’ la vocazione improvvisa e irresistibile, è Gesù che si presenta.
Non lo abbandonerà più, e don Luigi lo tiene da sempre accanto a sé, sulla sua scrivania, nella posizione di chi osserva dall’alto e giudica. E’ il Gesù sofferente del crocifisso di San Carlo Borromeo – che lo pregava ogni minuto durante la peste a Milano -. Al sacerdote che guida un impero ospedaliero lo regalò il cardinale Ildefonso Schuster 55 anni fa. «Mi disse mettilo sul tuo tavolo quando avrai fatto l’ospedale. Talvolta lo accarezzo, e allora mi rivedo studente universitario nel 1944 in una Milano disseminata di macerie».
Don Verzè parla del libro con tenerezza, lo tocca, è soddisfatto della sua fisicità. Lo abbandona un attimo sul tavolino di cristallo solo per accarezzare Samuel, un ciclone di dalmata che accompagna il sacerdote ovunque nella casa, ma non in giardino. Infatti il cane si ferma sdegnato sulla soglia, per gelosia di un papero. «Giuseppeee!», lo chiama don Luigi. E il papero si agita, strilla, si avvicina per far sapere al mondo con la petulanza dei pennuti che ha capito.
E’ la commedie humaine della casa, è una semplicità non ricercata ma spontanea. E’ la difesa dell’uomo che in cuor suo detesta sentirsi definire «il manager di Dio». Il libro lo ha scritto anche per questo, per prendere le distanze dall’immagine di altitudine intellettuale e di potere che la società e in fondo anche la sua opera gli hanno cucito addosso.
«Quando dialogo con il mio amico Gesù avverto la pienezza della vita e il senso della mia esistenza. Tempo fa restaurai il Cenacolo sul monte Sion a Gerusalemme e pretesi che la grande cupola venisse rifatta in rame e in piombo per consentire una durata maggiore. In molti dissero che lo stavo facendo per egoismo o per vanagloria. Mai che pensino che l’ho fatto per Gesù».
Stava andando a pezzi. Per i cristiani è il luogo dell’ultima cena di Gesù, per gli ebrei la tomba di David, per gli arabi una moschea. Stava andando a pezzi perché nessuno al mondo poteva pensare di toccare quelle pietre, di modificare uno status quo millenario senza scatenare una crisi internazionale. Don Luigi vide quello scempio, con i vetri rotti, i muri sbrecciati e l’interno foderato di escrementi di piccione. «Estrassi dal portafoglio e lo diedi all’allora sindaco di Gerusalemme, Teddy Kolleck. Gli dissi: questo è il primo contributo per il restauro del Cenacolo. E dentro di me già pensavo che ce l’avrei fatta, perché Gesù non poteva subire un affronto simile. Lui che lì aveva fondato la Chiesa, avrebbe avuto una casa nuova». Sembrava una follia, fu un’impresa. E don Verzè, il giovedì santo del 1996, riuscì a celebrare messa nel Cenacolo restaurato e circondato dagli agenti del Mossad, spezzando pabne azzimo, bevendo acqua e vino, ma anche succo d’uva per non irritare i musulmani.
«Però uno dei miei sogni più grandi, edificare un ospedale San Raffaele sul Getsemani, rimane irrealizzato. Lì Gesù ha vissuto la sofferenza insieme più umana e più divina. Lì Dio e l'Uomo furono unica cosa. Lì il Dio che patisce, quel Jesus deus patiens che ha ispirato tutta la mia opera, ebbe la sua sublimazione. Ma quella volta ho perso». Nonostante la disponibilità di Papa Wojtyla, del sindaco di Gerusalemme e persino di Yasser Arafat, la burocrazia fece arenare il progetto.
Come un grande tennista, don Luigi non si ferma mai a piangere sulla pallina finita in rete. Pensa alla prossima, pensa a vincere la partita. Accompagnato nelle sue imprese da questo amico d'infanzia, Gesù, che non lo ha mai lasciato solo. E che si diverte a materializzarsi nelle situazioni più delicate.
Per esempio a L'Avana, nei giorni in cui Fidel Castro stava organizzando la visita in Vaticano da Giovanni Paolo II. Il lider maximo chiese consiglio a don Verzé, a Cuba per verificare le enormi potenzialità di quel sistema sanitario. «Come mi devo comportare?». «Come un figlio. Ma lei non è mai stato in una chiesa di Cuba, lei perseguita i sacerdoti. Eppure lei non può essere nemico della Chiesa, perchè è stato allevato dai Gesuiti. Il Papa la aspetta, ma lei entri in una chiesa e avverrà il miracolo».
A quel dialogo seguirono settimane di silenzio. Il Pontefice attendeva il messaggio: Fidel era pronto ad andare a fargli visita da figlio? Ed era pronto a smetterla con le persecuzioni? Una mattina, alla cascina in fondo a Milano anche il postino schiacciò il pulsante con scritto «foresteria». Recava una busta proveniente da Cuba. Dentro c'era una foto, soltanto una foto dal significato più possente di cento parole. L'uomo con la barba più celebre del mondo, nella cattedrale dell'Avana, osservava Gesù crocifisso. E sorrideva.
La vita di don Verzé è scandita da appuntamenti intercontinentali che neppure un top manager reggerebbe senza sacrificio. E chi attende che lui decida, dopo mille battaglie e due infarti, di passare dal pianeta del fare a quello (più dolce e saputo) del guardare chi fa, è destinato a rimanere deluso. Anche in questo suo movimentismo, anche in questa sua impaziente ricerca dell'immortalità per l'uomo c'è lo zampino del suo amico Gesù.
"Un pomeriggio ero in preghiera nella cappella sul monte Tabor e ho osato dirgli: basta, non ti sono più utile. Lasciami andare in pace, sono anche vecchio. Lui mi ha risposto: comportati da ventenne, il Tempo è mio». In certi casi è dura disubbidire"
“Lo vedo ogni mattina, in ufficio. Sulla scrivania ho il crocifisso di San Carlo Borromeo. Me lo regalò il cardinal Schuster dicendomi: lo metterai sul tavolo quando avrai realizzato l'ospedale. Devo dire che mi ha portato fortuna. Ma soprattutto, incontro Gesù ogni volta che mi trovo davanti a una persona che soffre. Guarire per Lui è stato l'obiettivo di tutta la mia vita”
“Ho restaurato il Cenacolo a Gerusalemme per dargli una bella casa. Mettere insieme tre religioni sembrava impossibile, invece nel nome suo ce l'ho fatta. Ma il sogno di costruire un San Raffaele sul Getsemani non l’ho realizzato”
Ho 87 anni, un giorno in cui la stanchezza era più forte stavo pregando e dialogando con Lui al monte Tabor. È sempre un momento di grande gioia e grande serenità. Gli ho detto: basta, non ti sono più utile, lascia mi andare in pace. Mi ha risposto: «Comportati da ventenne, il Tempo è mio». Andrò avanti a guarire l'Uomo in nome suo fino alla fine”.
I libri
In due volumi in libreria la vita e la fede di un sogno di solidarietà
Don Verzè raccontato e don Verzè che si racconta. Due libri per uno stesso tema e uno stesso uomo, osservato però sotto due luci differenti. L’ultimo in ordine di pubblicazione lo ha scritto lo stesso protagonista; don Luigi, appunto. Si intitola «lo e Cristo», lo edita Bompiani, ha 638 pagine e costa 15 euro ed è un'autobiografia nella quale il fondatore del San Raffaele intreccia la sua storia, quella dell'Opera S. Raffaele, con la storia di Cristo. Una sfida, certo, ma solo in apparenza; nella realtà si tratta del racconto della comunione quotidiana del sacerdote con Cristo, in forma di conversazione con i lettori.
Nel 2004, il direttore del nostro quotidiano, Giorgio Gandola, firmò invece «Pelle per pelle» (Mondadori, 160 pag., 16 euro). Anche in quel caso a raccontare la sua storia fu Don Verzè, ma con Giorgio Gandola. In quel libro si attinse dai diari di Verzè dal momento in cui, il sacerdote con una laurea in Lettere, capì che un enorme campo lontano da Milano e da tutto doveva diventare un enorme polo sanitario.








