Don Verzé e il "sadico esproprio"
La Padania - 1/11/2002
di Gigi Moncalvo

Il "sadico esproprio". Don Luigi Verzé, emerito sacerdote e professore, già gran patron del "San Raffaele", l'ospedale di Milano modello in tutto il mondo, ha usato questa forte espressione per ricordare una pagina terribile e vergognosa che lo ha visto "vittima" di una banda cattocomunista, guidata da Rosy Bindi. Una storia che ha visto vittime innocenti migliaia di cittadini, malati e pazienti che avrebbero potuto avere a costo zero e con anni di anticipo, anche a Roma, una struttura ospedaliera d'avanguardia per curare tumori. Per anni invece i malati del male terribile hanno dovuto essere stipati nelle malandate corsie del Regina Elena o lasciati in dolente lista di attesa.

Don Verzé, con la sua forza e la sua determinazione, è riuscito ancora una volta ad abbattere ogni ostacolo ma l'altro giorno, al momento dell'inaugurazione a Roma della sua ultima "creatura", il modernissimo Parco Scientifico Biomedico a Castel Romano vicino a Pomezia, non ha voluto cancellare le amarezze del passato e una ferita che è ancora aperta.

Vale la pena di ricordare che cosa accade, vale la pena di far conoscere tutti quella vergognosa pagina che qualcuno vorrebbe cancellare o far finta di non conoscere.

Dunque, Don Verzé aveva costruito un nuovo grande ospedale San Raffaele a Roma, nel quartiere Mostacciano vicino all'Eur. L'ospedale era pronto, finito, arredato, dotato di strutture tecnologicamente all'avanguardia, aveva assunto 150 persone e aperto i primi ambulatori. Per due anni la Bindi aveva posto ostacoli di ogni sorta e la regione (guidata da Piero Badaloni, Ppi) non voleva firmare le convenzioni che sono l'ossigeno per andare avanti. Dopo due anni di traccheggiamento e di ostacoli, don Verzè chiede un chiarimento definitivo: "Volete farmi morire o lasciarmi sopravvivere?". È la fine del 1998, dal ministero Rosy Bindi gli fa sapere senza mezzi termini: "A Roma non aprirete mai. Tornate a Milano dal vostro Formigoni, visto che lui e voi di sanità ve ne intendete…è meglio che vendiate tutto a noi". Quarantotto ore dopo l'"amichevole messaggio" di Rosy Bindi, squilla il telefono di don Verzè. La voce della segretaria annuncia un altissimo dirigente della Carialo, forse del Ppi, lo stesso partito dell'allora ministro della sanità. Il discorso è chiaro come quello della ministra: "Caro don Luigi, ho saputo la bella notizia della generosa offerta che avete avuto dal ministero". Dopo i complimenti ecco la vera ragione della telefonata. "Sappiate - aggiunge più o meno - che se per caso avete intenzione di non aderire all'offerta noi saremo costretti a tagliarvi i fidi bancari. E lei sa di quanto siete esposti con tutte le vostre iniziative e realizzazioni…".

Ma guarda che combinazione, ma guarda che gioco di squadra, ma guarda che bella coincidenza.

Don Verzè, con la pistola alla tempia, capisce il messaggio e allaccia le prime trattative per vendere l'immobile al ministero. Gli investimenti hanno raggiunto i 350 miliardi, il valore dell'immobile e delle attrezzature e tecnologie con ambulatori già operativi è pari a quella cifra. Occorre una perizia per stabilire il valore e quindi il prezzo da pagare. Accade un altro fatto strano: il Ministero anziché affidarsi a una perizia ufficiale dell'UTE (l’Ufficio tecnico erariale) si rivolge ad un perito privato adducendo la necessità dell'urgenza. "Duecentouno miliardi", questa la incredibile e irreale valutazione fissata da questa perizia. Don Verzè non si arrende, non vuole essere preso in giro e si affida a due diversi periti stranieri, i migliori al mondo: l'inglese Richard Ellis e la società americana "American Appraisal". Il primo valuta 340 miliardi e la seconda 330. A questo punto le due perizie vengono inviate al Ministero con la richiesta di don Verzè di affidarsi a un perito del tutto nuovo che possa fare una valutazione equa. "O così o niente. Noi al massimo vi diamo 201 miliardi" è la risposta che arriva dagli uffici di Rosy Bindi.

Obtorto collo, don Verzè è costretto a firmare, l'alternativa infatti sarebbe drammatica: un esproprio a prezzi molto bassi oppure l'ospedale lasciato marcire, con 150 assunti da licenziare. Il giorno della firma di quel preliminare, don Luigi probabilmente comincia a coniare il famoso termine "sadico esproprio". Il preliminare deve naturalmente essere ratificato dal consiglio di amministrazione della Fondazione San Raffaele del Monte Tabor, ci vogliono un paio di settimane prima della riunione.

E qui, all'improvviso - ecco un'altra strana coincidenza - interviene la Divina Provvidenza. Suona il telefono di don Luigi, è la famiglia Angelucci, probabilmente il grande capo della dinastia, cioè il signor Tonino, gran fiore della sanità romana. "Don Verzè, abbiamo saputo che la sua struttura di Roma è in vendita. Siamo interessati, molto interessati. E vorremmo farle un'offerta. 270 miliardi. Le va bene?". Ohibò, ma allora è vero e hanno ragione sia Vittorio Feltri, futuro dipendente degli Angelucci dopo la tragica morte di Stefano Patacconi (l’editore di "Libero"), sia Massimo D’Alema, compagno di merende:"Gli Angelucci sono esseri divini". I giornalisti de "L'unità" non sono molto d'accordo visto che la famiglia amica di Massimo, insieme ad Alfio Marchini, ha chiuso il giornale ma chi se ne importa di qualche centinaio di lavoratori DS messi sul lastrico e delle loro famiglie?

Al posto di don Verzè chiunque avrebbe accettato quell'offerta. 270 miliardi anziché i 201 di Rosy Bindi. Perché rinunciare a 69 miliardi? A questo punto anche il CDA del San Raffaele è d’accordo: tra le due offerte (i 201 miliardi nel frattempo avrebbero potuto essere rivalutati fino a 214 per una diversa valutazione di altri immobili) viene ovviamente scelta quella di Angelucci.

A questo punto comincia la manfrina. Il Ministero fa l'offeso e minaccia sfracelli. "Ma come? Avete firmato con un preliminare e adesso mandate a monte l'affare?" La testa d'ariete è Raffaele Dari, commissario straordinario dell’IFO, Istituti fisioterapici ospedalieri (cioè il "Regina Elena" e il San Gallicano"), un ente dipendente dal ministero e che avrebbe dovuto di fatto rilevare la struttura ospedaliera. Egli comunque agisce sicuramente con l'avallo politico di Rosy Bindi: denuncia il San Raffaele per comportamento contrattuale scorretto e chiede il congelamento del contratto firmato con gli Angelucci, minacciando una causa civile. Di fronte all'alternativa di una causa che si sarebbe prolungata per almeno 5-6 anni, il San Raffaele accetta un accordo stragiudiziale, paga 6 miliardi di indennizzo all'IFO e vende agli Angelucci. In sostanza don Verzè vende la sua realizzazione del valore di 350 miliardi per soli 270 miliardi, ce ne rimette 80 e gli tocca scucirne altri sei per tenere buono il Ministero. La storia non è finita. Gli stessi Angeli che erano scesi dal cielo ed erano planati sul tavolo di don Verzè sotto forma di Angelucci, nel frattempo erano certo risaliti in cielo in attesa di tornare giù e compiere un altro miracolo. Sapete dove planano questa volta? Sì, avete indovinato: arrivano a casa Angelucci. La famiglia che dà lavoro a Feltri aveva sborsato 270 miliardi e, dopo appena sei mesi, rivende l'opera per 320 con un bel guadagno di 50 miliardi tondi tondi. Sapete quale volto avevano i tre angeli arrivati dal cielo con quel surplus di 50 miliardi? Rosy Bindi (gli angeli, quelli veri, vogliano cortesemente scusarci per l’ardito accostamento), il dottor Piero Badaloni, presidente della giunta regionale del Lazio, e tale Lionello Casentino, ds, assessore regionale alla sanità. I tre "re magi" si presentano alla stampa 48 ore prima delle elezioni regionali, in cui si ripresenta Badaloni (per poi essere trombato da Francesco Storace), e annunciano urbi et orbi la lietea novella. Hanno la sfrontatezza di dire: "Finalmente si apre al pubblico una struttura sanitaria che era bloccata da tempo". Ma se erano stati proprio loro a bloccarla… Dimenticano di precisare che se fosse stata lasciata al San Raffaele, l'istituzione di don Verzè l'avrebbe aperta al pubblico senza far sborsare nulla allo stato. Nessuno dei tre, a cominciare dalla Bindi, dà la spiegazione che tutti si attendono: come mai avete pagato 100 miliardi in più, cioè ben 320 miliardi, un ospedale che secondo voi ne valeva solo 201? Morale della favola. Qualche parlamentare in un paio di interrogazioni al governo di centrosinistra, parla di "indennizzo per altri favori". Qualcuno si spinge a questo ragionamento. Gli Angelucci erano soci di minoranza de "L'unità". Leggendo i bilanci del giornale emerge che ogni anno c'erano perdite per 6 miliardi, limitatamente alle quote della famiglia. Sei miliardi moltiplicati per quattro anni, fanno un totale di 24 miliardi. Questa quindi è la somma che gli Angelucci avevano generosamente sacrificato per la…causa de "L'unità". Poi ci sono da calcolare gli interessi, l’esposizione, il sacrificio.

Molti si sono stupiti l'altro giorno a Roma sentendo ripetere più volte da don Verzè quella frase sul "sadico esproprio". Lo stesso Silvio Berlusconi, che grazie al livello dei medici e delle cure del San Raffaele è stato "fatto risorgere" alla vita, come ha voluto ricordare, si è augurato che "le ricerche nel campo delle celle staminali possano sanare la ferita aperta nel cuore del caro don Luigi".

E accanto c'era Walter Veltroni con la solita espressione di quello che non capisce dove è, cosa fa, di che cosa si stanno parlando, chi lo ha mandato lì. Don Luigi invece ha guardato Berlusconi fisso negli occhi ma senza alcuna apparente reazione. Ma si capiva benissimo che, insieme a noi, gli stava passando per la mente questo pensiero: comunque siano andate le cose, la nostra grande speranza che la Bindi e D'Alema si togliessero dai piedi e venissero mandati a casa era stata esaudita. È proprio vero lassù qualcuno ci ama.